8 giugno 2018

La barra del timone

Nella sentenza della Commissione dei ricorsi n. 21, 26/06/2017, che non è sfuggita all’attenzione dell’EUIPO, leggo: mantenendo ferma e orientata al rispetto del succitato principio la barra del timone del confronto, cambia il peso specifico da attribuire ai diversi elementi ...”.

Il succitato principio sarebbe quello dell’”imperativo di disponibilità“, in forza del quale “il nostro ordinamento ripudia la costituzione di monopoli su determinati segni (come le cifre 19 e 69 – presenti nei due marchi a confronto – presentate senza specifiche caratteristiche distintive) per prevalenti ragioni di interesse generale”. Argomento rivelatosi determinante nella motivazione che ha portato all’annullamento della decisione dell’UIBM ricorsa.

Il fatto è che il nostro ordinamento non riconosce affatto l’applicazione del principio ai marchi di numeri o gruppi di numeri, per la semplice ragione che è tenuto a conformarsi ai principi interpretativi della Corte di giustizia attraverso il rinvio operato dalle norme di armonizzazione con l’ordinamento comunitario.

Non può a questo punto lasciare sconcertati il richiamo, a sostegno, della Commissione alla sentenza della Corte di Giustizia 10/04/2008, C-102/07, che, infatti, dice esattamente il contrario.

Se è pacifico, come ricorda la Corte (§ 23) che questo imperativo di disponibilità costituisce la ratio che è alla base di taluni impedimenti alla registrazione del marchio, secondo la Direttiva di armonizzazione (Decimo Considerando)la valutazione dell’esistenza di un rischio (di confusiione) dipende da numerosi fattori e, segnatamente, dalla notorieta del marchio d’impresa sul mercato, dall’associazione che puo essere fatta tra il marchio di impresa e il segno usato o registrato, dal grado di somiglianza tra il marchio di impresa e il segno e tra i prodotti o servizi designati. Il rischio di confusione deve essere oggetto di valutazione globale tenendo conto di tutti i fattori pertinenti del caso di specie”, tra i quali “non può rientrare la circostanza che esiste, per gli operatori economici, una necessità di disponibilità del segno. Infatti, come risulta dalla formulazione dell’art. 5, n. 1, lett. b), della direttiva e dalla giurisprudenza sopra citata, la questione dell’esistenza di un rischio di confusione deve essere risolta fondandosi sulla percezione, da parte del pubblico, dei prodotti coperti dal marchio del titolare, da un lato, e dei prodotti coperti dal segno utilizzato dal terzo, dall’altro.” (§ 30).

La Corte, pertanto, in sede di interpretazione preliminare della Direttiva e rispondendo al quesito sottopostole, ha inequivocabillmente confermato che “non si può tener conto dell’imperativo di disponibilità all’atto della valutazione dell’estensione del diritto esclusivo del titolare d’un marchio”.

A questa chiara indicazione si è da tempo conformata la giurisprudenza dell’Ufficio di Alicante, che la sentenza, liquida come “posizioni divergenti, evidentemente non vincolanti”, ignorando il dibattito che prima della citata pronuncia della Corte si era acceso a proposito della teoria dell’Erfindungbedurfniss (“l’imperativo di disponibilità”) introdotta  in Germania per ragioni d’ordine sistematico proprie di quell’ordinamento (cfr. nota di Gaia Salamon nella nota alla sentenza in  Riv.dir.ind., citata dalla sentenza) e della sua applicazione ai marchi non convenzionali, come quelli di colore, di lettere e di numeri. In particolarie, per questi ultimi (la cui ammissibilità in principio è espressamente prevista, tra l’altro, dall’art. 7, 1 del nostro CPI, parlando di ‘cifre’), è giurisprudenza consolidata proprio a partire dal 2008, ora anche dell’UIBM, che essi non si sottraggono alla valutazione della loro capacità distintiva secondo i noti parametri del confronto visuale, fonetico e concettuale.

Almeno così mi pare di capire.

 

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