23 luglio 2018

Io so’ io e voi non siete...

Chi non conosce questa esilarante battuta del Marchese del Grillo (in arte Alberto Sordi), che la mia innata decenza verbale m’impedisce di completare? A volte, mi son chiesto se questo non fosse il recondito pensiero stizzito di quel giudice al quale avevo cercato di mostrare il valore di una decisione nord-americana o britannica.

Nel nostro ordinamento – diversamente da quanto accade nel sistema della Common law – non siamo propensi ad attribuire eccessiva importanza ai precedenti se non quando risultano esattamente in tema, il che non accade sempre, come ben sanno gli avvocati che ci giobbano su. Ma le cose necessariamente cambiano, se oggi con un click posso sapere cosa ha deciso il Tribunale di Bergen sui salmoni norvegesi.

Il problema del valore dei precedenti si è posto in particolare nella disciplina del marchio comunitario, sotto il profilo del richiamo alla prassi dell’Ufficio. Il che non sorprende, perché l’accertamento della validità e confondbilità tra i marchi comunitari si pone all’EUIPO all’interno di una procedura interna di natura amministrativa. E si sa che nell’Amministrazione la prassi ha particolare significato, come pure il principio dell’affidamento incolpevole dell’utente, quello della buona collaborazione, e altri ancora.

La Corte di giustizia (causa C‑564/16 P, 28/06/2018), (FELINO CHE SALTA) ha avuto ora il modo di fare il punto sulla situazione, che ha, in effetti, subito una certa evoluzione. All’UAMI si era partiti all’inizio con una posizione di totale chiusura: ““il regime comunitario dei marchi è un sistema autonomo, costituito da un insieme compiuto di norme e che perseguono obbiettivi ad esso specifici, la cui applicazione risulta del tutto indipendente da ogni sistema nazionale”. A maggior ragione, il richiamo ai precedenti dell’Ufficio, non aveva valore cogente e, nei migliori dei casi, l’obiezione sollevata di frequente era che le situazioni di specie non erano trasferibili al caso da giudicare (e grazie!). Poi, si è rettificato, nel senso  che se la parte che invocava il precedente ne riprendeva le argomentazioni di diritto facendole proprie, il successivo Giudicante doveva darne atto nelle motivazioni della decisione (il che mi è sempre parso un modo banale per eludere il vero problema, l’efficacia delle decisioni anteriori per sè).

Nel caso avanti alla Corte, la sentenza impugnata (T‑159/15, 09/09/2016, PUMA-Felino che salta) è stata confermata, quando ha affermato che non bastava riferirsi, sic et simpliciter, a tre precedenti decisioni dello stesso Ufficio e al loro contenuto per affermare l’esistenza della prova della notorietà del marchio, che PUMA aveva l’onere preciso di dare. La Corte ha infatti decisamente affermato che l’EUIPO agisce “unicamente sulla base del regolamento n. 207/2009, come interpretato dal giudice dell’Unione, e non sulla base di una prassi decisionale anteriore dell’EUIPO o degli uffici nazionali” (§85). Nella fattispecie, “aveva violato il principio di buon andamento dell’amministrazione, segnatamente l’obbligo di motivare le sue decisioni (da cui si era discostata), e aveva quindi reso illegittima la decisione controversa”.

Pare dunque chiaro che l’Ufficio nel prendere in considerazione le decisioni già adottate su domande analoghe deve interrogarsi con particolare attenzione per stabilire se occorre o no decidere nello stesso senso, e alla luce dell’obbligo di motivazione ad esso incombente (§25).

Ma che succede nella tesa del Giudice, quando si trova sulla scrivania tre o più decisioni conformi?

Il fatto è che il Giudice è pur sempre un essere umano, sensibile all’effetto aggiustamento che – secondo le evidenze della psicologia –  caratterizza ogni processo decisionale nel momento della rievocazione mnemonica di una precedente informazione e che passa attraverso un momento, inconsapevole, di codifica, integrazione e ponderazione della informazione (HOGARTH R.M., EINHOM H.J,,  Order effect on on belief updating. The belief-adjustment model, in Cognitive Psychology, 1992, 24, 1-55). La codifica riposa sulla compatibilità dell’informazione presentata (il precedente) rispetto al tipo di giudizio che ore deve dare. Per l’integrazione risultano importanti la complessità dell’informazione e le modalità della sua rappresentazione (ordinanza, sentenza, passaggio in giudicato) . Per la ponderazione saranno rilevanti il grado di contrasto tra la nuova decisione da prendere e il precedente. Come s’intuisce, questa situazione, se i tre momenti portano ad una risposta affermativa,  si traduce inevitabilmente in una propensione inconsapevole ad accordare, aggiustare (belief adjustment) il precedente alla valutazione soggettiva del giudicante.

L’effetto non va sopravalutato, come quello di una migliore predisposizione di un esaminatore nei confronti dei primi candidati se l’esame inizia dopo una buona colazione dell’esaminatore (è stato sperimentalmente verifcato!), ma è indubbio che ancora una volta nel processo attentivo e mnemonico il contesto rivela un suo ruolo, da non trascurare.

Tornando alla provocazione del titolo, forse è meglio non porsi tante domande.

 

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