7 gennaio 2015

Il valore del marchio nelle Associazioni no-profit

Nella ordinanza collegiale del Tribunale di Roma 19/12/2014, pubblicata per esteso nel sito Marchi & Brevetti web, viene riconosciuta la legittimità del marchio “Amici del Colosseo” appartenente alla omonima associazione creata da Della Valle per il restauro del Colosseo (e la promozione della sua immagine), e la sua violazione da parte della concorrente “Veri amici del Colosseo”.

Nel provvedimento, che segnalo per la compiutezza delle argomentazioni ed articolazione della motivazione, si affronta il tema della qualificazione giuridica delle Associazioni/Fondazioni – a prescindere dal loro riconoscimento o natura dii enti pubblici – sotto il profilo della tutela dei segni distintivi.

La decisione s’inserisce nella ‘tradizione romana’ del riconoscimento, sin dagli anni ’80, della identità delle c.d. soggettività intermedie  ( cioè tra persone giuridiche e soggetti individuali) a partire dei casi famosi del garofano rosso del PSI e della ‘farfalletta’ della RAI, tradizione che viene attualizzata alla luce della giurisprudenza comunitaria di più ampio respiro sul concetto di impresa, orientato realisticamente più sui valori economici e di mercato, che su quelli di stretta definizione giuridica.

In particolare, per quanto riguarda gli enti che statutariamente non perseguono fini di lucro, si afferma che “tali funzioni risiedono nell'esigenza che, in un'economia di mercato concorrenziale, siano resi possibili l'individuazione e il riconoscimento delle realtà imprenditoriali presso tutti coloro che vi operano, anche a diverso livello”.

La base giuridica viene individuata nel nostro principio (del tutto originale nel contesto del diritto comunitario ed europeo) della c.d. unitarietà dei segni distintivi, per cui anche la funzione specifica della ditta viene assorbita e superata in questa visione allargata e moderna dello scenario concorrenziale.

A questo punto si pone, però, un altro problema. Se la attività di produzione e l’offerta dei servizi è accettabile nella misura in cui sono funzionali al perseguimento dei fini statutari delle Associazioni/Fondazioni  e se rientrano - come non pare dubbio - nella sfera degli interessi economici tutelabili dall’ordinamento, come se ne determina il valore dei segni quando si presenti la necessità di questo accertamento, per esempio in sede di determinazione del risarcimento danni, negoziazione (licenza o cessione), liquidazione nelle procedure fallimentari o, caso ancor più corrente, nell’inserimento nei bilanci o nel trattamento fiscale?

Come noto, esistono diverse metodologie per la valutazione economica dei beni immateriali, gli intangible assets, ed in particolare dei marchi (brand valuation), ma tutte, più o meno, presuppongono una effettiva attività di produzione o commercializazione tipicamente aziendali, rivolte cioè al perseguimento di un profitto, quello che invece quei soggetti intermedi escludono.

C’è dunque una palese asimmetria  tra il piano giuridico della tutela dei segni distintivi, di cui l’ordinanza esprime un condivisibile orientamento estensivo anche nei confronti delle Associazioni/Fondazioni no-profit, e le implicazioni di ordine economico, finanziario e fiscali che quei segni comportano. Della Valle, da buon imprenditore, il problema se lo deve essere posto, ma Voi che ne pensate?

Che metodo seguireste per valutare correttamente il valore di un marchio in tali situazioni, senza rischiare sospetti e Guardia di Finanza?

Io una idea ce l’avrei, ma sarebbe interessante conoscere anche la Vostra.

 

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