9 febbraio 2015

Ritardo e ritardati

Chi si occupa di marchi è certamente familiare con il principio dell'"imperfect recollection", in base al quale nei giudizi di confondibiltà occorre tener presente che il consumatore confronta due segni (e direi anche i prodotti) sulla scorta del ricordo imperfetto ed incompleto che ha in memoria del segno anteriore. Chi diavolo si può ricordare le differenze tra questi due segni (decisione UIBM 239/2012):

E ormai diventato uno standard e lo ritroverete praticamente in ogni sentenza o decisione in tema.

Il principio - che avvalora la concezione dinamica, in progress del diritto di marchio - è palesemente importante, perché ad esso è riconducibile, tra l’altro, l’identificazione dell’elemento dominante e distintivo del marchio (quello che noi chiamiamo il c.d. cuore del marchio).

Il principio non rappresenta altro che la trasposizione in termini giuridici dei processi di attivazione della memoria che le scienze cognitive da tempo hanno messo in luce (ho ampiamente trattato questo aspetto sia nel mio libro "Percepire il marchio" e nel più recente "Identità e confondibiità").

Accade ora che recenti studi di neuro-ricercatori statunitensi (riprendo l’informazione da Franco Di Mare, RAI. Unomattina, la cui intelligenza non finisce di stupirmi) avrebbero dimostrato che il ritardo, nello spazio e nel tempo, non comporta, per fortuna, sempre delle conseguenze patologiche (pensiamo ai c.d. ritardati mentali), ma corrisponderebbe in determinate persone ad uno stato fisiologico che avrebbe spiegazione nella struttura genetica dei nostri apparati cognitivi, già pre-definiti. In parole più semplici, se uno arriva sistematicamente in ritardo, non sarebbe una questione di maleducazione, ma del fatto che uno è fatto così, perché ha e vive una dimensione del tempo diversa dagli altri.

Tornando al marchio, il ritardo mnemonico che porta alla imperfect recollection sarebbe, per così dire, un atto dovuto, una necessità fisiologica (almeno per una buona parte dei consumatori. Questa conclusione potrebbe porsi in palese contraddizione con l’altro principio giuridico acquisito - che però è gerarchicamente superiore perché di ordine generale e preliminare - secondo il quale nell’accertamento della confondibilità bisogna tener conto di tutte le circostanze pertinenti ed attinenti ai casi in discussione (SABEL & co.), una delle quali è rappresentata dalla imperfect recollection.

La questione è intrigante e ci penserò su, ma è anche - filosoficamente parlando - inquietante, nella misura in cui le neuroscienze continuano a spostare in alto l’asticella della limitazione e dei condizionamenti posti alla nostra libertà di agire (fino a negare il libero arbitrio?). E questo francamente non mi piace. Come modesto giurista che cerca di capire come il consumatore possa confondersi davanti a due marchi, preferisco pensare ad un consumatore che si comporta "normalmente" e che ha una memoria che funziona in un contesto di fatti, circostanze ed informazioni che dobbiamo di volta in volta accertare, senza partire a priori da schematizzazioni e semplificazioni che rischiano di essere troppo astratte.

Ma naturalmente, questa è solo la mia opinione. Domani non vorrei sentirmi appellare da qualche rude ragazzotto, mentre attraverso le strisce pedonali, con il fatidico : "Ma che sei un ritardato ?".

 

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