10 febbraio 2015

Colazione da Tiffany? No, non si può

Tutti ricordiamo la celebre scena di Audrey Hepburn tratta dal film Colazione da Tiffany, qui estratta:

È accaduto che una nota azienda nel settore dei gioielli ha ripreso questa immagine nel contesto di un premio ed una campagna pubblicitaria, utilizzando però una modella nella ricostruzione dell’immagine. Il Tribunale di Milano (sentenza 766/2015, del 21 gennaio scorso) ha detto di no: questo non si può fare.

Sulla base del diritto all’immagine di ciascuno di noi costituzionalmente fondato e le norme del codice civile (art.10, in particolare) sulla protezione dell’identità personale, la sentenza – firmata da uno dei nostri giudici più preparati e sensibili alla Proprietà intellettuale – ha infatti stabilito che “non vi è dubbio che la costruzione dell’immagine fotografica oggetto di contestazione sia direttamente e palesemente evocativa dell’immagine dell’attrice Audrey Hepburn, come fortemente caratterizzata nella sua interpretazione del celebre film Colazione da Tiffany”.

Non si è dunque trattato della violazione delle norme del diritto d’autore (nel caso, dei diritti su un’opera fotografica che, in quanto tale, non esisteva), ma del fatto che la tutela dell’immagine della persona fisica può estendersi fino a ricomprendere anche elementi non direttamente riferibili alla persona stessa, come l’abbigliamento, ornamenti, trucco ed altro che per la loro peculiarità – spesso legate alla notorietà della persona – “richiamino in via immediata nella percezione dello spettatore quel personaggio al quale tali elementi siano ormai indissolubilmente legati“.

Nella fattispecie, la fotografia tendeva proprio ad attirare l’attenzione sulla eleganza dell’attrice, caratterizzata dagli stessi gioielli, abbigliamento, guanti, acconciatura dei capelli, occhiali scuri, nella posa di spalle volta ad osservare la vetrina, in un contesto volutamente ripreso e riprodotto, nonostante la sostituzione operata con una modella.

Questa estensione della tutela dell’immagine è stata introdotta sin dagli anni '80 dalla magistratura di Roma, centro del mondo dello spettacolo e del cinema, e trova la sua spiegazione nel diritto della persona, sopra tutto di fama o notorietà, di poterla legittimamente sfruttare economicamente e commercialmente, magari dandone licenza a terzi.

Ricordo il caso dell’impiego di una sosia di Monica Vitti per reclamizzare mobili d’arredamento o della utilizzazione dei segni iconici di Lucio Dalla, il baschetto e gli occhialetti, per un calendario, o qualcosa di simile:

Per mia diretta conoscenza, vorrei aggiungere, con una punta di orgoglio, che solo il nostro diritto ha adottato questa posizione avanzata e moderna, mentre in Europa la protezione dei diritti della personalità non ha ancora trovato un assetto chiaro e definitivo.

In Germania, ad esempio, la riproduzione non autorizzata dell’immagine di Marlene Dietrich è stata vietata perché appartiene ormai al patrimonio storico-culturale indisponibile di quel Paese.

Gli eredi di Audrey, i figli Luca e Sean, hanno così avuto ragione e soddisfazione, anche se, sotto l’aspetto risarcitorio non hanno potuto far leva per il loro calcolo, come si legge nella pregevole sentenza, sui profitti di norma ricavabili da una licenza di diritto d’autore, proprio perché si è ritenuto che il fondamento giuridico dell’illecito fosse un altro.

10//2/2015 © Stefano Sandri

 

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