9 marzo 2015

Comprare degli occhiali Christian Dior per ripararsi dal sole?

Ma che sciocchezza!. Eppure a questa conclusione sembra arrivare la sentenza del Tribunale Generale nel caso Longines (T-505/12, del 12/02/2015). Il caso è riassunto nelle motivazioni e avanti al Tribunale si è discusso dell’affinità tra alcuni prodotti: occhiali da sole graduati, cronometri e gioielli, abbigliamento e scarpe, articoli di lusso.

Al riguardo, secondo la sentenza, la Commissione di ricorso non avrebbe commesso alcun errore affermando che i prodotti erano diversi quanto alla loro natura, alla loro destinazione e al loro impiego.

La sentenza mostra ancora una volta l’inconcludenza e superficialità di tutta una giurisprudenza, compresa anche la nostra, che pretende di liquidare un problema così complesso come quello dell’affinità, con la regoletta del tre: natura, destinazione e impiego.

Tre criteri che – tanto per cominciare – non sono affatto omogenei tra loro: il primo, infatti, attiene alla struttura ontologica dl prodotto (di pertinenza della fenomenologia), il secondo alla sua funzione teleologica (di pertinenza della strategia dell’impresa), la terza alle attitudini del pubblico di riferimento (di pertinenza della psicologia cognitiva).

Basta vedere come vengono applicati: “le materie prime a partire dalle quali essi sono prodotti sono diverse”, argomento a dir poco da alchimista medioevale (punto 50); “abbigliamento e le scarpe  sono fabbricati al fine di coprire il corpo umano, nasconderlo, proteggerlo e agghindarlo” , e qui torniamo ancora più indietro, all’uomo della pietra (punto 51) ; “gli  occhiali da sole… sono per proteggere dai raggi del sole (!), gli orologi hanno lo scopo di misurare e indicare il tempo (ma va!), la gioielleria ed oreficeria hanno una funzione meramente ornamentale” (sic!).

Travolti da questa valanga di banalità, è chiaro che diviene arduo costruire un concetto di affinità che possa rappresentare una categoria generale di riferimento per ogni certezza giuridica.

Certo non è riesumando la salma delle classi di Nizza, che credevamo ormai defunte quanto alla loro praticabilità distintiva (punto 46, sentenza), che si può avvicinare il problema.

La sentenza, per la verità, sostiene la diversità perché il richiedente non è riuscito a provare che nel caso in esame intendeva registrare il marchio per degli occhiali esclusivamente dedicati al mondo elitario del lusso e non lo aveva indicato nella domanda.

Resta però che il modo di affrontare il problema dell’affinità dovrà prima o poi essere approfondito, al di là di schematismi artificiosi: chi compra un paio di occhiali di marca e prestigio, li compra proprio per quello, e non per altre considerazioni utilitaristiche.

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