9 aprile 2015

Quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna pur scegliere dei nemici più deboli (Umberto Eco)

Come a dire che è sempre irrealistico, se non pericoloso, ragionare in astratto. Partire da una definizione del marchio forte e del marchio debole, per inferirne automaticamente e direttamente “l’intensità della tutela che ne deriva” (sentenza CR 15/15) rischia di falsare la valutazione del rischio di confusione tra i segni, valutazione che -viceversa- deve tener conto di tutte le circostanze rilevanti e pertinenti al caso di specie, tra le quali è importante il grado di distintività, ma non in assoluto.

Lo ha detto la sentenza SABEL/PUMA oltre 30 anni fa, risulta chiarissimo dal Considerando 11 della Direttiva di armonizzazione; è per questo che la Corte di Giustizia non ha mai riconosciuto la teoria italiana del marchio forte/debole per quanto attiene alle conseguenze stereotipe che se ne vogliono trarre sulla confondibiltà

Ma l’emergente giurisprudenza della Commissione dei ricorsi nei procedimenti di opposizione sembra chiusa nella pedissequa ripetizione degli standard del Supremo Collegio, nonostante la recente sentenza n.1249, del 2013 (contraddittoriamente evocata nella sentenza CR 15/15) riconosce che non esiste “una astratta gerarchia“ tra i vari componenti distintivi.

Che le cose vadano in un'altra direzione, più attinente e sensibile al reale (leggi: impressione globale del pubblico di riferimento) è attestato dalla più autorevole dottrina che in tutta umiltà mi permetto di richiamare, oltre alle mie anticipazioni espresse nel mio “Percepire” del 2007: “La dottrina più autorevole ha osservato che in realtà non esistono due categorie separate di segni forti e segni deboli, ognuna con una propria tutela standard, e come non sia corretto, dopo aver attribuito in astratto una certa ampiezza di tutela alla categoria dei marchi forti e un altro, più ridotto, ambito di tutela ai marchi deboli, incasellare meccanicamente i marchi oggetto di giudizio nell’una o nell’altra categoria, facendo da ciò dipendere  l’esito del giudizio di confondibilità: proprio perché in questo modo si finisce per compiere un giudizio che non è affatto aderente  allo specifico grado distintivo  del marchio e che rischia di  portare a negare la confondibilità quando essa in concreto esiste , e viceversa… si dovrà invece procedere a una analisi caso per caso del grado di capacità distintiva in concreto posseduto dal marchio alla data rilevante, senza che si possa o si debba ricorrere a classificazioni vincolanti  scala continua da un minimo ad un massimo di distintività“ (VANZETTI Adriano, Codice della Proprietà Industriale, 2013, p.340 ss., con ampi richiami della giurisprudenza di merito e di altri Autori).

Mi auguro quindi che gli esaminatori dell’UIBM continuino nel loro diligente ed accurato esame di tutte le situazioni, eventi e prove che concorrono a fondare una motivazione corretta del giudizio di confondibilità tra i marchi, senza  preconcetti astratti e precondizionamenti interpretativi che, oltre tutto, non sono conformi alle indicazioni che provengono dalla Corte di Giustizia alla quale il nostro ordinamento (Trattato di Amsterdam) ha attribuito la competenza esclusiva interpretativa in tema di marchio comunitario e marchio nazionale armonizzato dalla Direttiva da noi recepita.

 

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