12 ottobre 2015

Le signore saranno contente

Il 29/01/2010 lo stilista Christian Louboutin ha chiesto la registrazione del marchio comunitario qui rappresentato e che è stato così descritto nella domanda: ”Il marchio consiste del colore rosso (Pantone codice n 18.1663TP ) applicato alla suola di una scarpa, come mostrato (il contorno della scarpa non è quindi parte del marchio ma desidera evidenziare la posizione del marchio)”.

La ‘pensata’ ha avuto un successo clamoroso tra le Signore e ha scatenato una gran discussione, sopra tutto in USA dove si è instaurata una controversia con Yves Saint Lauren, sulla tutelabilità di tale segno.

Può essere quindi interessante riportare come i Giudici di Lussemburgo hanno visto la cosa, in stretta applicazione dei criteri per giudicare la confondibilità tra marchi. Infatti la controversia  esaminata dal Tribunale Generale nella sentenza T-631/14, 16/07/2015, Roland SE/ Christian Louboutin, è insorta a seguito di una opposizione presentata da una azienda tedesca, la Roland SE, sulla base del diritto anteriore vantato sul questo segno:

                                

A me pare che l’unica cosa in comune (identici i prodotti rivendicati, le calzature) fosse il color rosso. Ma tant’è. L’opponente ha ritenuto che fosse possibile, per il consumatore medio, inferire da quell’elemento cromatico un qualche link associativo che potesse indurre il pubblico rilevante a confondersi sulla provenienza dei prodotti.

Il messaggio percepito sarebbe (è una mia interpretazione personale): “quella è una delle mie scarpe rosse“.

Possibile, se però fosse dimostrato che effettivamente l’opponente produca esclusivamente calzature interamente, o in parte significativa, di un color rosso, di un rosso particolare (Pantone codice n 18.1663TP ), non uno qualunque, che quel colore fosse un elemento dominante e distintivo e che, come tale, fosse riconosciuto dai consumatori come un badge of origin, come un segno di identificazione dell’origine della calzatura da quella impresa, e non da un'altra.

Di tutto questo peraltro non c’è traccia, né prova, per cui la sentenza ha avuto gioco facile nel sostenere la diversità visiva, quella fonetica e anche quella concettuale, data l’estrema debolezza del segno dell’opponente in ragione della sua descrittività. Per converso il marchio dello stilista può contare su una forte capacità distintiva per il secondary meaning acquisito sul mercato nel corso degli anni.

Forse l’indagine poteva essere meno schematica e più completa, ma quello che salta agli occhi  è la sostanziale diversità dell’identità dei segni e del messaggio che trasmettono: uno è un c.d. marchio di posizionamento di un solo colore di per sé. L’altro, un marchio figurativo costituito dall’accostamento contiguo di due parole ‘my’ e ‘shoes’, su campi cromaticamente diversi (in cui il color rosso figura unicamente nel fondo della seconda parola).

Credo che se, in generale, si effettuasse preliminarmente l’analisi della struttura dei segni a confronto, nella prospettiva della corretta identificazione della loro identità – anche sotto il profilo dei messaggi che trasmettono – si perverrebbe più rapidamente e coerentemente alla decisione sulla loro confondibilità.

Ps.: per la cronaca, l’opposizione è stata rigettata, così le Signore resteranno tranquille, ma contro la sentenza è stato proposto ricorso alla Corte di Giustizia.

 

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