19 ottobre 2015

Un Chateau Ausone? no grazie preferisco il Frascati

La domanda che pongo nel titolo sembrerebbe curiosa, prospettando una situazione improbabile. Ma è quella che emerge da una certa giurisprudenza sul consumatore di vini, spesso ripresa dall’argomento delle parti secondo cui occorrerebbe distinguere nel pubblico di riferimento dei marchi di vino i consumatori di particolare attenzione, ‘educati’ allo champagne, ai vini d’annata e quelli DOC (beati loro).

“Il pubblico di riferimento per i vini francesi è composto da soggetti che effettuano con attenzione i propri acquisti e hanno le conoscenze tali da distinguere un prodotto di nicchia da uno a largo consumo e dal costo notevolmente inferiore.” Così leggiamo nella recente sentenza della Commissione di ricorsi 19/15, 08/07/2015 (Chateau Ausone/Ausonia Azienda Agricola). Invece i prodotti (italiani?) del richiedente “sono offerti ad un vasto pubblico, generalmente consumatore di vini di costo medio”. Quindi, due pubblici diversi, con attenzione diversa e non confondibili, riprendendo esattamente negli stessi termini quanto motivato nella decisione impugnata (UIBM, opposizione 511/12, 28/10/2014).

In entrambe le pronunce, tuttavia, si sottolinea che non vi sono prove a sostegno della pretesa fama internazionale del prodotto francese, per cui le affermazioni appena riportate risultano provenire unicamente dal Giudicante. Né hanno alcun riscontro in quanto rivendicato dal titolare del marchio  anteriore Chateau Ausone in sede di domanda di registrazione in cui nella classe 33 vengono semplicemente indicati : “Vini”.

E qui nasce il problema. In termini generali, infatti, l’orientamento comunitario è esattamente l’opposto: “Riguardo ai consumatori di vini, si deve considerare che, secondo una giurisprudenza consolidata, i vini sono destinati al grande pubblico. Infatti, poiché i vini sono normalmente oggetto di una distribuzione generalizzata, che va dal reparto alimentari dei grandi magazzini ai ristoranti e ai bar, si tratta di prodotti di consumo corrente, il cui pubblico di riferimento è il consumatore medio dei prodotti di largo consumo, che si presume sia mediamente informato e ragionevolmente accorto e avveduto” (T-154/11, 27/1172014, RIPASSO, punto 22, con ampia citazione di precedenti conformi), orientamento condiviso anche dal sottoscritto  (Decisione UIBM 1009/12, 10/07/2015, Cusumano/Cusmano, punto 13*).

Si aggiunge poi al punto 23 successivo: ” La circostanza chi vini oggetto dei marchi in conflitto siano vini costosi non è pertinente, dato che la registrazione non è stata chiesta specificamente per vini destinati ad essere venduti a prezzi relativamente elevati, bensì, in generale, per l’insieme delle bevande alcoliche “. Il bello è che anche la nostra Cassazione sembra dello stesso avviso: “ Non appare idonea, poi, ad escludere la confondibilità tra i segni la circostanza del diverso prezzo di vendita dei capi  sui quali gli stessi sono apposti, poiché la diversità qualitativa dei prodotti e la differenza di prezzo, anche se notevole, non elimina il rischio di confusione tra i segni distintivi, essendo possibile che il consumatore meno avveduto sia indotto a ritenere che la stessa impresa produca a prezzi differenti prodotti di diversa qualità “(CASS. 25 giugno 2007, n. 14694) .

In effetti, se il richiedente non specifica nella domanda di registrazione i prodotti rivendicati, in relazione alla loro natura e destinazione (argomento ex caso TRANSLATOR), l’esaminatore è precluso dal tenerne conto in sede di accertamento del rischio di confusione tra i segni (tra l’altro, in tema di vini ed alcolici in genere, esistono i precedenti MATADOR e CAMOMILLA, nei quali erano state descritte caratteristiche e destinazione del prodotto ad un pubblico particolare).

A questo punto si apre però un altro fronte di discussione, quello cioè se nel giudizio di nullità e di contraffazione il confronto tra i segni debba avvenire in modo astratto (conterebbe cioè solo il marchio come rappresentato nella domanda/registrazione) oppure in modo concreto, tenendo conto quindi di tutte le circostanze pertinenti e rilevanti in fatto (sempre che risultino agli atti e siano comprovate). I termini della questione, almeno da noi, sono riassunti in modo esemplare nel commento al CPI di A. Vanzetti e richiedono il dovuto approfondimento.

La questione, infine, se riguarda l’accertamento della confodbilità in sede di procedimento nazionale di opposizione, non può prescindere dalle caratteristiche particolari dello stesso e dalla analisi della natura e delle funzioni in tema di riesame delle decisioni delll’UIBM da parte della Commissione dei ricorsi, analisi alla quale – senza alcun intento polemico – mi pare che la Commissione si sia fino ad oggi sottratta.

Forse la soluzione tra Chateau e Frascati sta in una bella birra.

 

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