12 novembre 2015

Marchio collettivo: va trattato come gli altri marchi

La sentenza del Tribunale Generale T-625/13, 2 ottobre 2015, si segnala per l’inusitata lunghezza dei suoi 153 paragrafi che non depone bene per il consolidamento della giurisprudenza comunitaria in tema di marchio, che viceversa dovrebbe andare nella direzione opposta di una sempre maggiore semplicità. E per la verità il caso era abbastanza semplice: diritti anteriori vantati da un’organizzazione pubblica indiana sul suo famosissimo thè, come da marchio comunitario denominativo e figurativo Darjeeling:

 


opposti alla domanda i registrazione:

 

 

Chiara la confondibilità tra i due segni e accertata la reputazione del marchio indiano, il Tribunale ha rimandato il caso alla Commissione di ricorsi perché rifacesse i compiti, motivando adeguatamente proprio sul punto della rinomanza.

Sotto questo aspetto la sentenza è degna di nota perché riprende, riformula e ribadisce tutta una serie di principi e di precedenti sulla interpretazione e applicazione dell’art. 8 (5) RMC, appunto sul marchio di rinomanza. Un punto di riferimento, d’ora in avanti, completo e definitivo.

Il punto più interessante, tuttavia – a mio modo di vedere – sta nell’aver affrontato per il tema della natura e funzione del del marchio collettivo (entrambi i diritti anteriori indiani erano appunto costituiti da marchi comunitari collettivi) sul quale i precedenti sono piuttosto scarsi, se si esclude T-138/09, 09/2010, RIOJAVINA/RIOJA, anche perché questo istituto è spesso coperto dalle indicazioni geografiche.

Il marchio collettivo (art.66, RMC, n. 207/2009), ricorda la sentenza (punto 35), “come ogni marchio comunitario, gode della tutela rispetto a qualsivoglia pregiudizio derivante dalla registrazione di un marchio comunitario che comporti un rischio di confusione”. Pertanto, la funzione del marchio collettivo comunitario non viene alterata per il solo fatto che viene registrato. Conseguentemente “ si tratta di un segno che permette ai prodotti o servizi di essere distinti nell’associazione al titolare del marchio, e non secondo la sua origine geografica” (punto 41).

Nessuna disposizione del Regolamento autorizza a pensare che il marchio collettivo abbbia un carattere distintivo medio o superiore, anche se coincide con una indicazione geografica. Netta, dunque, la distinzione, sempechè l’uso della indicazione geografica non vada contro la correttezza e gli usi commerciali (art.66, co. 2 RMC).

Discorso comunque complesso, quello tra il marchi consortili e le indicazioni geografiche, come s evince da T-359/14, 18/09/2015, CAFÉ’ DE COLOMBIA e dall’intrigante commento di Alberto Contini (Denominazioni di origine protetta dei prodotti agro-alimentari e marchi: un rapporto complesso).

 

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