18 gennaio 2016

Il caso NIVEA e la nascita del Tribunale del Popolo

Ci siamo. Come in Cina, possiamo vantare il nostro Tribunale del Popolo. L’idea mi è venuta leggendo il pezzo di Rosanna Magliano, Spunti di riflessione sul caso NIVEA/NEVE: la confondibilità concettuale tra marchi e il ruolo del ‘consumatore informato’. A proposito della sentenza del Tribunale di Milano (n. 9103, del 28/07/2015) che ha statuito che l’uso dei marchi NEVE e NEVE MAKEUP, considerata l’identità dei beni contraddistinti, costituisce una contraffazione dei marchi NIVEA e inducano il consumatore in confusione circa la provenienza dei prodotti stessi.

Ricorda il Tribunale, naturalmente, che la confondibilità va commisurata alla percezione del pubblico rilevante, ma ha modo di precisare anche che il consumatore può mutare il suo atteggiamento in relazione a prodotti diversi, secondo una attenzione che sarà determinata non solo dalla loro natura, ma anche dalla conoscenza, dall’esperienza e dal coinvolgimento al momento del loro acquisto.

Sulla scorta di tale premessa, la commentatrice si domanda se non sia forse “opportuno riflettere ulteriormente su queste nozioni dai confini piuttosto incerti e riformulare una nozione di consumatore che assuma sempre più i tratti, quantomeno, del “consumatore consapevole”, capace di cogliere differenze che sfuggono al consumatore medio.”

La originale proposta, mutuata dal concetto dell’”utilizzatore informato“ nel diritto del design, ha evidenti implicazioni socio-psicologico ed è forse per questo che ha suscitato la inusitata reazione del WEB contro la sentenza – peraltro giuridicamente ineccepibile, a mio modo di vedere – che ha dato ragione alla titolare del marchio NIVEA, la multinazionale BEIERSDORF, ritenendo contraffattrice la NEVE COSMETIC, piccola azienda piemontese con una decina di dipendenti.

Non l’avesse mai detto! Si è scatenata infatti la reazione della Rete. ”Nivea vince contro Neve. Ma il WEB non ci sta”, ha titolato significativamente niente meno che 'Il SOLE- 24 ore’.

Il fatto sarebbe passato inosservato, ma ha attratto l’attenzione dei consumatori dei prodotti della COSMETICS, informati al principio etico di non essere testati sugli animali.

Sia come sia, la reazione è stata immediata e puntuale da parte di chi – animalista o meno – ha visto emotivamente una sorta di sopraffazione del piccolo ad opera del ’brutto, grande e cattivo’, l’azienda tedesca, per l’appunto.

A parte che ognuno è libero di pensarla come crede, i commenti e le reazioni sono state diffuse al punto da proporre l’hashtag che riproduco:

 

 

La convinzione espressa nel messaggio va rispettata, ma i parametrici giuridici sulla distintività del marchio (non della sua rinomanza come qualcuno erroneamente ha scritto) e sul rischio di confondibilità sono diversi, improntati a un modello generale, astratto, quello del c.d. pubblico di riferimento, anche se, come visto, tarato su tutte le circostanze di fatto rilevanti.

Il problema – che però è problema di comunicazione, e non di validità o meno della pronuncia – è sorto quando la titolare del marchio NIVEA, sulla scorta della pronuncia, ha cancellato l’hashtag e ogni altro commento nella rete contrario alle conclusioni della sentenza, senza aver accompagnato, a quanto è dato di capire, questi interventi con una appropriata spiegazione e chiarimento dei termini della controversia (si è parlato di censura).

Ora, è evidente che non si può pensare che tutti i consumatori siano dei giuristi specializzati in diritto di marchio, ma l’impatto di un giudizio diverso sulla rete, a prescindere dalle sue motivazioni, può assumere dimensioni devastanti quanto alla tutela concreta del diritto che l’ordinamento garantisce, a determinate condizioni, ha chi vanta un marchio registrato nel nostro Paese.

Se in nome della libertà di espressione si dovesse legittimare il pregiudizio o la limitazione dei diritti legittimamente concessi ed esercitati, al di fuori del sistema vigente e delle sedi istituzionalmente delegate, dovremmo prepararci ad assistere alla progressiva sostituzione dei Tribunali ordinari, le cui sentenze già sono fortemente compromesse nella loro credibilità dai c.d. giudizi mediatici, con dei veri e propri Tribunali del Popolo, il che non mi sembra precisamente un passo in avanti in un Paese che pretende di essere ‘la patria del diritto’.

Anche se qualcuno potrebbe osservare: niente di nuovo, visto che la teoria della diffusione ‘virale’ dei meme (unità linguistica-culturale auto-propagantesi) era già stata preconizzata nel 1976, da Richard DAWKINS, Il gene egoista.

 

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