19 febbraio 2016

Una strizzatina d’occhio ben riuscita

Può funzionare come marchio questa strizzatina? Il Tribunale di Milano ha detto di sì e con ordinanza cautelare del 28/12/2015 ha accolto il ricorso del titolare del relativo marchio nazionale, comunitario e internazionale, nei confronti di chi l’aveva stampato su delle magliette. Si tratta evidentemente di un marchio figurativo, per cui non si comprende bene che valore possa avere il fatto che sia ‘denominato Flirting’.

Carino e simpatico, non c’è dubbio, ma questo è sufficiente per attribuirgli il diritto esclusivo di sfruttamento concesso dalla registrazione di un marchio? Sembrerebbe di sì, ma la motivazione del provvedimento va chiarita. Vediamo intanto il passaggio determinante che recita così:

“Il c.d.‘occhiolino’ è una forma di comunicazione universalmente riconosciuta come gesto d’intesa e, in quanto tale, non può essere monopolizzata. E’ allo stesso tempo evidente che se ne possono realizzare innumerevoli e assai variegate rappresentazioni. E’ quindi possibile riconoscere protezione come marchio registrato ad una ben precisa raffigurazione di tale espressione, purché ne ricorrano i presupposti di legge, fermo restando che la tutela non potrà essere mai estesa all’espressione in sé. In aderenza a tale premessa, il marchio flirting appare dotato di un grado sufficiente di distintività poiché consiste nel disegno di un occhio aperto e di un occhio chiuso, realizzato con una particolare soluzione grafica, stilizzata e fantasiosa” .

Che il segno rappresenti “una forma di comunicazione universalmente riconosciuta” non sarei proprio sicuro e credo che se facessi l’occhiolino in un Paese del medio oriente probabilmente rischierei di prender un ceffone, se non di peggio. Ma è probabile che l’estensore della decisione volesse limitarsi al nostro Paese e in questa interpretazione l’affermazione ci può stare.

Resta però la sua genericità e l’irrilevanza giuridica. Il segno, infatti, va correlato ai prodotti e servizi che contraddistingue e nella fattispecie – è palese – non si tratta affatto dei servizi di comunicazione, dove la genericità del segno avrebbe un senso, ma di articoli di abbigliamento. Nella valutazione poi della distintività del segno anteriore occorre considerare tutte le circostanze rilevanti e pertinenti, e in questo caso del fatto che il segno viene riprodotto su delle magliette o simili dal contraffattore (e verosimilmente anche dal titolare del marchio fatto valere). Si tratta, quindi, di accertare se il consumatore di media attenzione, come suggerisce la natura dei prodotti di abbigliamento di largo consumo, sia indotto o meno a riportare l’immagine che percepisce nel prodotto del presunto contraffattore all’impresa della ricorrente.

A questo punto, possiamo assumere che l’impressione del consumatore sia orientata in modo diretto e conclusivo dal “disegno di un occhio aperto e di un occhio chiuso, realizzato con una particolare soluzione grafica, stilizzata e fantasiosa”?

Che questo disegno, che potrebbe suggerire l’idea di un marchio c.d. gestuale (N.B.: ma il condizionale è d’obbligo perché non abbiamo informazioni utili in tal senso derivabili dalla descrizione del marchio de quo in sede di domanda della registrazione), costituisca in assoluto “una particolare soluzione grafica, stilizzata e fantasiosa” è forse discutibile, se preso in assoluto. E la resistente aveva infatti sollevato una espressa eccezione in tal senso. Consideriamo la illustrazione che riproduciamo, a fini meramente didattici ed esemplificativi, tratta da disegno a matita da Dreamstime.com.

Mi pare che siamo ai limiti. Ma il discorso va contestualizzato perché qui parliamo di marchi e quella connotazione del segno, ripresa in termini identici dalla resistente, può essere sufficiente ad attrarre l’attenzione e a fissare il ricordo nel consumatore nel determinarne le scelte d’acquisto, senza metterne in discussione il valore denotativo.

 

_______________________________________________________________
Commenta e segui la discussione su