10 marzo 2016

Fuori contesto

Capita spesso nella casistica della comparazione tra marchi denominativi che un segno modifichi completamente il suo significato a seconda del contesto in cui si inserisce. Ne consegue che – almeno sotto il profilo concettuale – i segni vengono giudicati diversi. La giurisprudenza sino ad ora non sembra essersi resa conto più di tanto della criticità della situazione, relegandola ad argomentazione accessoria.

Come invece ho avuto già modo di osservare, “le regole della formazione del linguaggio (al quale appartiene evidentemente anche il linguaggio di quel segno di comunicazione particolare che chiamiamo marchio) – che si danno per note – escludono, in vero, che possa darsi identità semiologica laddove la valenza semantica di un termine è avulsa dal sintagma di appartenenza” (Decisione UIBM, n.14222/12, 25/10/2014, LA FESTA DEI SENSI). L’osservazione è stata di recente attualizzata nell’ormai famoso caso ZINGARA (CASS. n. 3340, 19/02/2015, tra le pronunce più coraggiose e innovative del nostro Supremo Collegio) in cui la legittimità della ripresa della canzone di San Remo da parte di De Gregori ha trovato appunto fondamento nel diverso contesto musicale-culturale-poetico dell’Autore.

Il Tribunale Generale (sentenza T-718/14, 30/11/2015, WE) ha fatto applicazione, spettacolare, del ricordato principio, giudicando il marchio verbale WE non confondibile con questo marchio complesso:

La sentenza, ricorda che l’apprezzamento del segno deve essere globale, ma che bisogna tener conto delle singole caratteristiche intrinseche di ciascun componente (punto 33). Tuttavia, “un elemento di un segno complesso non ha un ruolo distintivo indipendente se, insieme agli altri elementi del segno, quell’elemento forma una unità dal diverso significato se confrontato con il significato di quegli elementi presi separatamente” (punto 35). In realtà, e qui la sentenza sbaglia, non è in questo caso quell’unità che assume un altro significato – che resta sempre quello di una banderuola segna vento – ma è proprio l’elemento verbale W E, che cambia di senso, è il caso di dirlo. E’ infatti evidente che nella raffigurazione del segna vento, le due lettere, separate stanno per WEST e EST.

Non potrebbe dunque esserci distanza semantica più marcata con il pronome plurale WE .

I due segni a confronto mostrano quindi una denotazione totalmente differente: cosa c’entriamo NOI (WE) con una banderuola segna vento?

Speriamo che il Tribunale (visti tutti i paragrafi che ha impiegato) arrivi la prossima volta più speditamente alla conclusione, altrimenti che fine fanno tutti i buoni propositi di semplificazione sbandierati dalla Riforma?

 

_______________________________________________________________
Commenta e segui la discussione su