4 aprile 2016

Bimbo nostro

Quando si è appreso che ‘bimbo’ non poteva essere registrato come marchio comunitario, in Spagna, anzi più esattamente in Catalogna, dove il Grupo Bimbo è fortissimo e notissimo, è successo un mezzo finimondo. Vediamo prima i fatti.

Nel 2013 l’UAMI ha rifiutato il marchio all’azienda multinazionale  che aveva chiesto la registrazione del marchio ‘Bimbo’ per contraddistinguere pane, farine e preparati a base di cereali, prodotti di pasticceria, confetteria, opponendo che la parola ‘bimbo’ significa in italiano ‘bambino’.

Il marchio non aveva dunque carattere distintivo, perché definiva il consumatore cui erano destinati i prodotti. L’azienda ha presentato ricorso contro questa risoluzione davanti alla Commissione di ricorso dell’UAMI, ma senza esito. Si è rivolta allora al Tribunale Generale del Lussemburgo ma, ancora una volta, il Tribunale (con sentenza T-33/15 del 18 marzo 2016) ha confermato la decisione della Commissione dell’UAMI.

Ma cosa ha detto, poi, il Tribunale? Che il marchio ‘bimbo’ ha carattere descrittivo per il pubblico di lingua italiana in relazione ai prodotti considerati. Del resto, l’azienda non ha comprovato che in Italia il marchio sia noto ed abbia acquisito quella capacità distintiva che all’inizio non aveva.

Per meglio comprendere il senso della decisione, occorre aver presente il quadro normativo di riferimento. Stiamo parlando di un marchio comunitario, il cui principio fondamentale è quello dell’unitarietà, nel senso che o vale per tutti i territori degli Stati membri, o per nessuno.

Ciò premesso, il Regolamento sul marchio comunitario vigente prevede che sono esclusi dalla registrazione “i marchi composti esclusivamente da segni o indicazioni che in commercio possono servire per designare la specie, la qualità, la quantità, la destinazione, il valore, la provenienza geografica, ovvero l’epoca di fabbricazione del prodotto o di prestazione del servizio, o altre caratteristiche del prodotto o servizio” (art.7, 1, c).

Come si capisce subito, tutta la partita si gioca sulla interpretazione del termine ”destinazione”: se infatti la sua interpretazione portasse a ritenerlo descrittivo, ai sensi della disposizione citata, ne conseguirebbe che il marchio sarebbe incapace di svolgere la sua funzione, che è quella d’identificare l’origine commerciale di un prodotto, in modo così da permettere al consumatore che acquista il prodotto contraddistinto dal marchio di ripetere la sua scelta se l’esperienza si rivela positiva (sentenza, punto 35). Perché questo accada, è necessario però che vi sia un rapporto tra segno e prodotto “sufficientemente diretto e concreto di natura tale da permettere al pubblico interessato di percepire immediatamente e senza ulteriore riflessione una descrizione dei prodotti in questione o delle loro caratteristiche “ (punto 36).

Ma è questo il caso? Nella giurisprudenza comunitaria è ripetutamente affermato che, per determinare la distintività, è essenziale non solo considerare la natura del prodotto, ma anche come il marchio viene percepito. Ora, le modalità della percezione insegnano che l’analisi razionale del segno subentra in un secondo momento (I. CRAIK, S., LOCKHART, 1972). Conseguentemente, viene ribadito in sede giuridica che la valutazione d’impressione, prescinde dalla possibilità di un attento esame analitico e va  improntata all’immediatezza.

Nel caso in esame, il Tribunale ha confermato che il consumatore di prodotti alimentari è considerato di normale attenzione, diligenza e cultura, e lo ha identificato con quello italofono dell’Unione, essendo la parola ‘bimbo’ di lingua italiana. Ha ritenuto quindi di condividere l’apprezzamento della decisione dell’UAMI impugnata, secondo la quale la parola ‘bimbo’ informava immediatamente i consumatori di lingua italiana sulla categoria di persone alla quale erano destinati i prodotti in questione, “senza che avessero ulteriormente bisogno d’interrogarsi” (sentenza, punto 43).

Eppure, si ammette che “‘bimbo’ non sia una parola generalmente utilizzata dal pubblico interessato (i consumatori italiani) per designare i prodotti alimentari della classe 30” (sentenza, punto 43). A me pare che il concetto di generalità sia incompatibile con quello della specificità richiesta da una percezione improntata all’immediatezza. Il Tribunale è cosciente del problema, tuttavia ritiene quel rapporto ‘sufficientemente diretto e concreto’.

Inutilmente la richiedente ha fatto riferimento al marchio nazionale italiano ottenuto e a una dozzina di marchi comunitari con il segno ‘bimbo’ – circostanza che rende comprensibile la frustrazione e irritazione dl Grupo Bimbo, – ma, secondo un orientamento restrittivo ormai consolidato, il Tribunale non li ha presi in considerazione perché l’ordinamento comunitario è indipendente da quello nazionale e le registrazioni comunitarie riguardano marchi o prodotti diversi.

A mio modesto avviso, qualche dubbio rimane quanto all’immediata riferibilità del marchio ‘bimbo’ da parte dei consumatori italiani ai prodotti alimentari destinati ai bambini o all’infanzia. Il fatto è che questa risulta essere la valutazione di ben tre ordini giudicanti e anche se la azienda interessata ha pur sempre il diritto di impugnare la sentenza del Tribunale avanti alla Corte di Giustizia  - che è giudice di legittimità, e non di merito - è molto improbabile che la Corte possa rivedere quella valutazione, che essendo di fatto, le è normalmente preclusa.

 

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