19 aprile 2016

Fatto notorio e onere della prova

Nei procedimenti c.d. inter-partes nel diritto comunitario, quelli in cui un terzo fa valere nei confronti di un marchio comunitario dei motivi d’impedimento relativi (ad esempio un diritto anteriore) si riconosce che tali procedimenti sono retti dal principio del contraddittorio. Sono quindi soggetti all’onere della prova da parte di chi fa valere o eccepisce un diritto. L’ufficio, in questo caso, è terzo e neutrale e può decidere solo sui fatti e le deduzioni che sono portate avanti dalle parti.

Ma c’è una eccezione, quando l’Ufficio “può fondare la sua analisi sui fatti noti, vale a dire i fatti derivanti dall'esperienza pratica generalmente acquisita nella commercializzazione di prodotti largo consumo, che sono suscettibili di essere conosciuti da chiunque e sono particolarmente conosciuti dai consumatori di tali prodotti. In tali casi, la Commissione di ricorso non è obbligata a fornire esempi di tale esperienza pratica”.

 

Ho già avuto modo di affrontare il problema dell’onere della prova in relazione ai procedimento amministrativo di opposizione ai marchi (cfr. il post: Onere della prova quando non serve). D’altronde, il sottoscritto – quale esaminatore all’UIBM – ha più volte applicato questa eccezione nelle decisioni di opposizione (ad esempio in decisione UIBM n. 650/2012,15/01/2015, DECATHLON, punto 13).

 

La notorietà dei fatti assume particolare rilievo nel Diritto d’autore, ove assume la qualifica di pubblico dominio, ma anche nel diritto dei marchi. Pensiamo all’onere della prova sull’uso effettivo del marchio – che potrebbe rilevarsi del tutto inutile se il segno è stranoto a tutti – o alla prova della notorietà di un marchio di rinomanza, che nessuno si sognerebbe di richiede se si trattasse della Coca Cola o di Giorgio Armani.

A volte, tuttavia, il confine tra quello che è noto e quello che non lo è potrebbe rivelarsi piuttosto labile in una società, come quella contemporanea, in cui la conoscenza, o semplicemente la informazione è oggetto di una disseminazione e circolazione ormai incontrollata e invasiva (ad esempio, la riferibiltà ad Internet o WIKIPEDIA comincia ad essere oggetto di discussioni critiche quanto alla loro attendibilità e conseguenze giuridiche che se ne vogliono trarre).

La trasposizione diretta dei principi processuali civilisti ai procedimenti di natura amministrativi può, inoltre, a volte creare problemi delicati di coordinamento, come nel caso del riconoscimento del valore della prassi nel contesto appunto della Pubblica Amministrazione.

Ma quali sonno questi fatti notori? Secondo opinione corrente sono quelli conosciuti e riconosciuti dalla generalità dei consociati, di media cultura, in un dato tempo e in un dato luogo.

Ciò premesso, segnalo dunque con piacere, nell’interesse dell’utenza, la ricognizione attenta ed esaustiva dello stato dell’arte in materia che ne ha fatto il Tribunale di Torino (ordinanza cautelare, Trib. Torino, RG n. 20972/2015, 12/10/2015).

Riassumo:

  • in quanto deroga al principio dispositivo e al contraddittorio, il ricorso al fatto notorio deve essere improntato alla cautela ed interpretato restrittivamente (Cass. civ.27/1/2010, n. 1696; cfr altresì Cass.civ. sez. trib., 20/06/.2014, n. 14063; Cass.civ. 19.3.2014, n. 6299; Cass. civ. 3/8/1990, n. 779);
  • restano escluse dal fatto notorio le nozioni che fanno parte della scienza privata del giudice;
  •  al giudice spetta solo il compito di constatarne gli effetti e valutarlo solo ai fini delle conseguenze giuridiche che ne derivano;
  • il fatto deve essere di comune conoscenza ed esperienza.

Mi sembra che queste indicazioni possono rappresentare una buona giuda nell’affrontare le questioni interpretative più dubbie o controverse.

 

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