31 ottobre 2016

Senza titolo

Questo ritratto non ha titolo, ma solo una data. Eppure chi, tra gli amanti delle arti figurative, non è in grado di riconoscerlo come uno dei numerosi ritratti di Rembrandt?

Anche questo quadro è senza titolo, ma chi è in grado di riconoscerne l’autore?

Eppure, entrambi i lavori hanno qualcosa in comune: il loro anonimato non ne impedisce la riconduzione al loro autore, con o senza nome, attraverso lo stile, la pennellata, la composizione, i colori. Nel primo caso si tratta di Rembrandt, nel secondo di Stefano Sandri, evidentemente un po’ meno noto del primo. La differenza sta appunto nella notorietà dell’opera.

Identità - riconoscimento. E’ la polarità classica di tutte le forme in cui si esprimono i vari titoli di proprietà intellettuale, dalle opere del diritto d’autore, al design, dal marchio, all’invenzione. Solo se c’è identità può darsi riconoscimento (SANDRI, Identità e confondibilità delle forme nella proprietà intellettuale, 2013). E il riconoscimento è il risultato della comunicazione mirata dell’identità della forma che è sottesa a tutte le esclusive della P.I.

Il Tribunale di Roma (14/06/2016, RG 19233) ha recentemente affrontato, in un caso singolare, questo problema dell’identità e del riconoscimento. Si è trattato di un’opera protetta dal diritto d’autore, un quadro di un pittore che evidentemente godeva di sufficiente notorietà da avere accesso al marcato.  

Quell’opera era pervenuta all’avente causa del pittore senza titolo, il che aveva ingenerato dubbi sulla sua autenticità, senza la quale l’accesso al mercato era precluso. Chiedeva quindi alla Fondazione che gestiva tutte le opere dell’artista che fosse certificata l’identità dell’opera e del suo autore. La fondazione era pronta a rendere quell’expertise, ma con la clausola di esenzione di responsabilità, senza garanzia assoluta.

Ne è nata una controversia perché il richiedente non ha voluto accettare quella clausola cautelativa e ha preteso invece il riconoscimento pieno e senza riserve. Il Tribunale non ha potuto che negare l’esistenza di un tale obbligo giuridico, sottolineando l’assenza (assai poco probabile secondo la mia esperienza) della previsione di un compenso che – in tal caso – avrebbe potuto configurare, forse, un’opera su commissione.

Identità e riconoscimento sono stati in questo caso lasciate all’autonomia negoziale delle parti, ma quella polarità che ho ricordato è trasferibile, nel campo delle opere protette dal diritto d’autore, anche alle rappresentazioni delle arti figurative?  

L’esempio comparato che ho fatto ingenera, infatti, dei dubbi. Non tanto per l’incidenza della variabile della notorietà, che, infatti, trova spazio anche nella P.I.: basti pensare al marchio di rinomanza o alle preclusioni nel design sotto l’aspetto della novità pre-divulgata.

Il fatto è che difetta nella creazione artistica in questione proprio la comunicazione mirata di cui parlavo. Chi dipinge, ve lo posso assicurare, non ha proprio un bel niente da comunicare ad alcuno, come comunemente e ingenuamente si crede (a meno  che non sia condizionato dal mercato e da interessi commerciali, estranei al processo creativo in quanto tale). Il risultato di quel processo si esaurisce e completa in sé, e l’opera – come si dice – parla da sé. Non esiste per un pittore una domanda più stupida e irritante di: “ …ma cosa volevi raffigurare?”. Ed è questo il motivo per cui molti artisti rigettano l’idea di dare un titolo alle loro creazioni, titolo che viene interpretato come un’indebita limitazione razionale e programmatica alla loro libertà creativa.

Il rapporto tra l’opera e il pubblico, se mai, viene dopo e assume una gamma infinita d’interpretazioni, anche se ne ho una mia.

A questo punto siete anche legittimati a porre un’altra domanda, del tipo: ”ma cosa c’entra tutto ciò con la PI?”.

Mi sembra chiaro in proposito che se la violazione dei diritti di P.I. si risolve, a ben vedere, nella comparazione tra due identità di forma, quando si tratta di opere dell’arte figurativa, bisognerà tener conto di come quella identità si forma.

La tutelabilità delle espressioni stilistiche, ad esempio  – che ancora non ha trovato una risposta giuridicamente univoca – potrebbe avere un orientamento diverso, titolo o non titolo.

Intanto mi limito a registrare che i miei amici mi dicono che i miei quadri hanno sempre qualcosa in comune e che non possono che essere miei.

Ma mi viene un altro dubbio: sarà poi vero o è un atto di amicizia?

 

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