• Diritti d'autore - Opere delle arti figurative e dell'architettura

2 luglio 2019

Un'interessante decisione del Tribunale di Milano in merito alla mostra “The art of Banksy. A visual protest”

di Giuseppe Verrecchia

Banksy è sicuramente noto ai più come un artista di strada misterioso ed affascinante, divenuto molto popolare attraverso le sue opere di protesta contro la guerra, il consumismo e l’autoritarismo.

Al fine di tutelare il suo anonimato, asso vincente della sua fama ed essenziale strumento di difesa per ogni graffitaro, Banksy si avvale dell’attività svolta dalla società Pest Control Office Limited, incaricata in via esclusiva della gestione e tutela dei diritti dell’artista. In sostanza, Pest Control determina se Banksy è effettivamente l’autore di una certa opera d’arte, rilasciando la relativa documentazione/certificazione.

Altro aspetto piuttosto curioso e rilevante della vicenda qui in esame è che Banksy è (o forse ora è meglio dire – era) notoriamente anti-copyright, a tal punto da dichiarare che il copyright è da “perdenti”. Eppure, eccoci qui a commentare quello che può sembrare una vittoria – o almeno una parziale vittoria – legale per la Pest Control Office Limited (e di conseguenza, per un certo verso, anche per Banksy).

Lo scorso gennaio, infatti, la Sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Milano ha emesso un’interessante ordinanza che concludeva la prima fase del procedimento cautelare promosso da Pest Control Office Limited (la ricorrente) contro 24 Ore Cultura S.r.L. (la resistente), organizzatore di una mostra “non autorizzata” che esponeva presso il museo Mudec di Milano opere di Banksy di proprietà di collezionisti privati: “The art of Banksy. A visual protest”.

In particolare, la ricorrente lamentava la contraffazione dei marchi di sua titolarità – tra cui figurano, ai fini di questo procedimento, il marchio denominativo “BANKSY” e i marchi figurativi “Girl with balloon” e “Rage, the Flower Thrower” – nonché la concorrenza sleale per contrarietà alla correttezza professionale.

Anche se può sembrare un caso con una soluzione immediata, non bisogna giungere a conclusioni affrettate lasciandosi trarre in inganno dall’uso della dicitura “non autorizzata”.

Gli aspetti più interessanti dell’ordinanza meneghina, riguardano, oltre all’uso dei suddetti marchi registrati su prodotti di merchandising (come cancelleria e simili), anche l’analisi svolta con riferimento al catalogo della mostra venduto al Mudec e contenente una rappresentazione delle opere di collezionisti privati esposte nel museo.

Da un lato, il Tribunale di Milano ha ritenuto che l’utilizzo di tali marchi registrati su materiale promozionale della mostra fosse lecito, poiché conforme alle previsioni dell’art. 21 CPI, secondo cui “i diritti di marchio d'impresa registrato non permettono al titolare di vietare ai terzi l'uso nell'attività economica, purché l'uso sia conforme ai principi della correttezza professionale” e in linea con i principi di correttezza professionale. Tra questi principi figurano il fatto che tale utilizzo a fini promozionali non ingenera la convinzione che ci sia una relazione commerciale tra le parti, non scredita i marchi, non ne diminuisce il valore, e l’organizzatore della mostra non presenta un prodotto che ne imita un altro protetto da esclusiva.

Dall’altro lato, lo stesso Tribunale è giunto a una conclusione opposta circa l’utilizzo di questi medesimi marchi su prodotti merchandising. In particolare, ha ritenuto che l’utilizzo dei marchi registrati su prodotti generici – del tutto scollegati dalla mostra – rendono evidente che la sola apposizione del nome “Bansky” ne caratterizza integralmente l’aspetto distintivo. Il nome di Banksy posto sotto citazioni, presumibilmente attribuibili a lui, non è sufficiente ad escluderne un utilizzo illecito, dal momento che l’utilizzo a fini commerciali rende irrilevante la combinazione tra segno e citazione, rilevando già di per sé l’indebito sfruttamento della forza attrattiva dei segni distintivi. Prodotti di merchandising che riportano il nome “Bansky” o i suoi segni distintivi rimangono ricollegabili inequivocabilmente all’artista e questa operazione non avviene ad opera del titolare di tali marchi o di un soggetto autorizzato determina inevitabilmente uno sfruttamento indebito della forza attrattiva dei relativi segni distintivi.

Il Tribunale si è poi soffermato sull’analisi della questione relativa alla riproduzione non autorizzata di alcune immagini di opere dell’artista nel catalogo della mostra, che a detta della ricorrente avrebbe costituito concorrenza sleale per contrarietà alla correttezza professionale ex art. 2598 n. 3 c.c.

Il Tribunale, dopo avere ricordato come il legittimo possesso di un’opera figurativa non comporti, in assenza del consenso dell’autore, il diritto alla sua riproduzione in un catalogo ai sensi dell’art. 109 LDA ed avere escluso che tale riproduzione possa essere scriminata dall’eccezione prevista dall’art. 70 LDA, che è limitata alla sola riproduzione di parti dell’opera ai fini di riassunto e citazione, ha comunque rigettato la domanda tesa all’inibitoria della diffusione del catalogo per difetto di legittimazione attiva.

La ricorrente, infatti, aveva agito sulla sola base dei diritti derivanti dai propri marchi registrati e non (anche) sulla base del diritto d’autore, e quindi sul diritto di utilizzo economico delle opere di Banksy. 

Al riguardo, è stato ritenuto che la documentazione in atti non fosse idonea a provare la cessione di tale diritto da parte dell’artista alla Pest Control Office Limited.

In modo analogo, gli accordi conclusi con i vari collezionisti privati che autorizzavano la riproduzione delle opere d’arte, depositati dalla resistente, non sono stati ritenuti idonei a dimostrare che Banksy avesse trasferito il diritto d’uso economico ai collezionisti privati, i quali, pertanto, non avrebbero mai potuto trasferirlo a loro volta all’organizzatore della mostra.

Il Tribunale ha dunque respinto le domande cautelari relative al catalogo della mostra, ma ha invece concesso le misure inibitorie all’ulteriore commercializzazione  dei prodotti di merchandising.

Sembra quindi che Banksy un tempo così tanto anti-copyright, lo stia diventando sempre meno…

E’ forse finita la polemica anti-copyright?

 


Dott. Giuseppe Verrecchia
Trevisan & Cuonzo