30 ottobre 2018

Quando il cacio evoca il pecorino

Che cosa vuol dire però evocare? Mi sono già occupato della questione nel 2016, in occasione di un commento alla sentenza della Corte di giustizia (Il concetto di ’evocazione’ nelle denominazioni geografiche) in cui si dibatteva se il ’CALVADOS’ potesse essere evocato da ‘VERLADOS’ dal consumatore finlandese.

Il Tribunale di Roma (Sentenza 28/09/2018, n.18413) si è occupato ora del problema se il ‘CACIO ROMANO’ possa evocare il ‘PECORINO ROMANO’, concludendo, evidentemente, per l’affermativa, annullando la relativa registrazione di marchio. Dal punto di vista del confronto tra due marchi possiamo dare per scontata questa conclusione. Ma la pronuncia risulta interessante per affrontare la questione dell’interferenza del diritto di marchio con quello della protezione data dall’ordinamento comunitario alle denominazioni di origine protette e di indicazioni geografiche.

Per meglio comprendere la sentenza, occorre inserirla nel quadro normativo di riferimento che, del resto, puntualmente richiama.

Con il Regolamento (UE) n.1151/2012 è stato istituito un regime di denominazioni di origine protette e d’indicazioni geografiche protette “al fine di aiutare i produttori di prodotti legati a una zona geografica”, abrogando le precedenti frammentarie disposizioni. Pertanto, in termini generali, l'art. 24 prevede che "1. I nomi registrati sono protetti contro qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione o contro qualsiasi altra pratica tale da indurre in errore il consumatore”. Nello specifico, l'art. 13 del Regolamento specifica che: "I nomi registrati sono protetti contro... b) qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l'origine vera dei prodotti o servizi è indicata o se il nome protetto è una traduzione o è accompagnato da espressioni quali «stile», «tipo», «metodo», «alla maniera», «imitazione» o simili, anche nel caso in cui tali prodotti siano utilizzati come ingrediente;”. Sono dunque queste le norme in cui si parla di evocazione, senza darne alcuna definizione.

Ma è stata la giurisprudenza della Corte di giustizia che in alcune sentenze interpretative (inclusa quella nel caso ‘CALVADOS’ citata e nel caso, per noi di particolare interesse,‘GORGONZOLA’) che si sono indicati i corretti criteri interpretativi che la sentenza romana di merito riprende, quasi letteralmente.

Prevale, innanzi tutto, il diritto comunitario: “Fonte normativa privilegiata nella materia della tutela dei prodotti agricoli di qualità e paradigma interpretativo delle sopra menzionate problematiche”, si legge in motivazione. Ne consegue che il consumatore rilevante non può che essere quello comunitario, per cui gli accenni alla presunta competenza caciottara del romano sono fuor di luogo.

L’altro aspetto da considerare è che la natura del marchio e quella delle denominazioni/indicazioni sono diverse. La protezione di quest’ultime riflette l’interesse del produttore e tende a preservare la qualità del prodotto. Nel marchio, invece, sappiamo che quello che conta è la funzione distintiva, per cui non è questione di confondibilità.

Dunque, la  trasposizione dei correnti parametri visivo, fonetico e concettuale, seguiti nel diritto del marchio va fatta  - a mio avviso - con la dovuta cautela del caso, mentre l’estensore della sentenza sembrerebbe privilegiare quell’approccio.

Ciò premesso, è chiaro che alla fine salta fuori sempre questo famoso consumatore medio normalmente informato e ragionevolmente attento e avveduto, che ormai è diventato un mantra di costante ripetitività, al punto da farci dimenticare che si tratta pur sempre di una fictio juris, come se si potesse mai fare la media tra la percezione di un avventore  che va a Trastevere per farsi un ‘cacio e pepe’ e un finlandese che sorseggia il suo ‘CALVADOS’ là dove il sole non tramonta mai.

La verità è che se prevale la percezione di un prodotto coperto da una  denominazione/indicazione bisognerà applicare le regole della percezione che governano, appunto,  l’evocazione, e non la confondibilità.

Cosa che sin’ora né la Corte di Giustizia, né il Tribunale di Roma si sono mai posto il problema di andare a verificare.

Meno male, comunque, che sul ‘cacio e pepe’ siamo tutti d’accordo.

 

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