22 ottobre 2015

Eppur si muove…

Dopo anni trascorsi tra regolamenti, direttive, regole e regolette, eccezioni, combinati disposti, paragrafi, commi e via dicendo, mi sono chiesto al mio rientro in Italia se non valesse la pena di capire cosa passasse per la mente di un consumatore quando si incontra con un marchio, il che costituisce ormai il suo pane quotidiano, anche se il più delle volte non se ne rende conto.

E’ cominciato così il mio lungo (ma non per questo, meno affascinante) percorso nel mondo non solo di tutto quello che sta dentro il marchio, ma anche di quello che gli sta attorno, cercando di modulare il diritto della proprietà intellettuale con il cambiamento, affrontando i problemi strettamente giuridici in modo trasversale, non escludendo gli apporti delle altre scienze.

Qualcuno ha cominciato ad accorgersene, per esempio Cesare Galli che, nell’introduzione del mio ultimo libro (‘L’affinità tra prodotti) ha avuto l’amabilità di attribuirmi lo sforzo di avvicinare il diritto di marchio a quello che emblematicamente chiama “il mondo della vita. Per evitare l’appunto di un esercizio autoreferenziale o di un discorso tra amici o pochi intimi, vorrei oggi appuntare che qualcosa incomincia a muoversi anche nelle alte sfere.

La Cassazione (sentenza n. 3340, del 19/02/2015), nel chiudere la ultra decennale controversia sul presunto caso di plagio di due versi famosi (“prendi quella mano zingara, dimmi che futuro avrò”) della canzone resa famosa nell’interpretazione di Iva Zanicchi, da parte niente meno che di Francesco De Gregori, ‘apre’ a tematiche e argomentazioni che sembrano andare nella direzione che ho appena indicato.

A parte il diverso contesto del diritto d’autore e le tecnicità normative che gli sono proprie, il Supremo Collegio ha introdotto infatti una serie di considerazioni che attengono a tutti i processi creativi, e quindi anche a quelli che presiedono al marchio, su cui vale la pena di soffermarsi.

In primo luogo, la Corte affronta il problema dell’identità della forma nelle espressioni rappresentative nella proprietà intellettuale, tema ampiamente affrontato in generale nel mio articolo (Conoscere e riconoscere l’identità delle forme nella proprietà intellettuale, in Riv.dir.ind., 2014, I, 142) in questi termini :”…in tema di plagio (contraffazione)… un frammento (parte) di un opera…che venga ripreso in un'altra, non costituisce di per sé plagio (contraffazione) dovendosi accertare se il frammento (parte) innestato nel nuovo testo (opera) abbia o meno  conservato una identità di significato …ovvero abbia evidenziato in modo chiaro e netto, uno scarto semantico risetto rispetto a quello che ha avuto nell’opera (diritto) anteriore (motivazione 9.3) (tra parentesi le mie equivalenze).

Nota incisivamente in proposito Geremia Casaburi, Corte di Appello di Napoli, nel suo brillante commento alla pronuncia (in Il Diritto Industriale, 04/2015, pag. 349):” Quel che rileva è il contesto di riferimento ed in cui il testo originale viene inserito, se la contestualizzazione (N.B.: lo stesso termine che ho proposto in tema di marchio), prima, la nuova collocazione poi ne hanno mutato la valenza estetica/espressiva”. Con evidente influenza della semiologia: ” un medesimo significante – testo letterario o altra forma espressiva che sia – può sdoppiarsi, a seconda del contesto d’uso, assumendo significati diversi e irriducibili” (pag.350).

Le mie ultime indagini e ricerche si sono appunto consolidate nella proposta di un modello semiotico che consenta di identificare le variabili di una forma che siano compatibili con la continuità e conservazione della sua originaria identità.

E mi sembra evidente che tutta la proprietà intellettuale nei suoi vari istituti giri per l’appunto attorno al confronto tra due identità: se la riproduzione della prima ne comporta la sostanziale modifica, per effetto, ad esempio, della sua contestualizzazione (come nel caso in esame), non potrà configurarsi alcun illecito; se viceversa, la riproduzione non presenterà uno scarto essenziale rispetto alla forma originaria, ne risulterà percepito uno stesso messaggio, tale da confondere (e ingannare) il destinatario (il pubblico rilevante, il consumatore), per cui – in assenza di qualsiasi consenso o autorizzazione da parte dell’avente diritto – ne conseguirà l’illiceità.

E questo vale per le opere d’autore, come per i brevetti, i marchi e tutti gli altri istituti.

D’altro canto, sembra evidente nel passaggio della motivazione citata il rinvio al principio della Gestalt secondo il quale il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, come pure al concetto di combinazione e associazione che governa la stessa creatività (Emil Poincarè).

Ma quello che è ancor più eclatante è l’irruzione nella motivazioni della sentenza di teorie estetiche e linguistiche che appartengono certamente alla filosofia, come quelle afferenti il rapporto tra la verità estetica e la verità scientifica, tra la denotazione e la connotazione (punto 9.3.1.) sui quali si sofferma ampiamente, con ricchezza di argomenti e indicazioni di fonti, il Giudice Casaburi. Sono concetti su cui ho già estesamente indagato e, sorprendentemente, di attualità (basta analizzare con attenzione l’emergente giurisprudenza in tema di opposizioni ai marchi), per cui non si possono non condividere le affermazioni del Commentatore – anzi direi le constatazioni – che “il diritto qui non basta…il settore della Proprietà Intellettuale si presta a contaminazioni con il modo dell’economia, del marketing” (pag. 352) come si evince dalle teorie sulla forma

Dunque qualcosa si sta muovendo sulla Proprietà intellettuale nel conservatorismo fisiologico dell’establishment giuridico.

Credo sia una sfida che valga la pena di raccogliere.

 

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