3 novembre 2015

Inside Out 2: che botto!

Nel mio precedente post Inside Out: la memoria, dal diritto all’animazione ho tratto dall’attualità la riprova dell’importanza del rapporto dentro-fuori per la percezione da parte del pubblico delle forme in cui si esprime la proprietà Intellettuale.

In proposito, arriva ora la sentenza del Tribunale di Milano nel caso KIKO/WJCON, sentenza n.11416, del 13 ottobre 2015, che per l’appunto ha affrontato il problema preliminare della tutelabilità degli allestimenti interni di un negozio, concludendo per l’affermativa e sanzionando di illecito il comportamento del concorrente. Ecco le immagini a confronto.

 

 

Gli aspetti strettamente giuridici della sentenza, estremamente accurata e attenta nella sua motivazione, li potete esaminare nel mio commento La tutela dell’allestimento degli esercizi commerciali nella giurisprudenza comunitaria e nazionale, nella sezione "Tendenze e Sviluppi" di questo sito.

Qui mi preme però sottolineare che non ha senso distinguere tra l’interno e l’esterno di un esercizio commerciale quando è oggetto di una progettazione architettonica, tanto più se viene scelta la via dell’open space. Il progetto della KIKO (che le è costo ben 70,000 euro!) in realtà è il frutto del coordinamento e della combinazione armonica di diversi componenti che si esprime in un messaggio che l’impresa a inteso trasmettere nel suo insieme al suo pubblico.

Questo messaggio – che non è altro che il riconoscimento dell’identità della idea di fondo – messaggio che non appare sufficientemente ricercato nella motivazione, è il risultato dell’astrazione di specifiche istanze che nascono dal mondo in cui viviamo e dalle nostre esperienze.

Noi siamo quello che ricordiamo. Quando dobbiamo comparare due immagini, due figurazioni, due forme – comunque le vogliamo chiamare – esercitiamo la nostra memoria nei suoi ricordi interni e li confrontiamo con l’apparenza esterna del momento.

Troppo difficile? Forse, ma se i Giudici quando devono decidere se uno ha scopiazzato un altro partissero dalla semplice domanda se una cosa è identica (o simile) a un'altra, avendo prima chiaro qual è l’idea di cui si parla, credo che il loro compito ne risulterebbe agevolato.

Se nel caso in esame si facesse un giretto nella rete ne risulterebbe che tutti sanno o dichiarano che la concorrente ha platealmente copiato, ma si dividono sul punto se la copiatura era o meno lecita. E questo semplicemente perché nessuno gli ha spigato chiaramente qual’era l’idea del progetto e come poteva essere riconosciuta presente, o meno in quella della concorrente.

Certo che quando il Tribunale è pervenuto alla conclusione che quell’idea era proteggibile ed era stata ripresa, ne ha tratto le logiche conseguenze sanzionatorie e risarcitorie che – data la grande diffusione degli esercizi commerciale in questione – l’hanno portato coerentemente a una condanna e di 716,500,00 euro, e ammenicoli vari.

Naturalmente la sentenza, con questo botto, farà un sacco di rumore, ma la criticità della corretta identificazione della forma, come nel caso di cui si discute, resta un problema su cui occorrerà ancora lavorare, e molto.

 

_______________________________________________________________
Commenta e segui la discussione su