25 gennaio 2016

Una questione di stile

Si può copiare lo stile di un artista? In tal caso, l’artista può proteggerlo? Che dice il diritto d’autore? Sono domande sempre più ricorrenti al giorno d’oggi, visto che le imprese sono disposte a tutto, pur di trovare per i loro prodotti delle immagini attrattive che fuoriescano dal consueto e dal dejà vu.

I marchi figurativi servono proprio a questo, garantendo l’esclusività del messaggio e la distinzione dai concorrenti. Quindi, perché no? Perché non attingere al vastissimo patrimonio di immagini artistiche note, che, oltre tutto, possono già in partenza far leva su una prima reazione di gradimento e consenso?

Naturalmente non si tratta tanto di copiarle pedissequamente per riversarle in un messaggio per il proprio target, perché questo potrebbe sicuramente creare dei problemi, dato che le creazioni artistiche sono tutelate contro qualsiasi forma di utilizzazione (art. 12 in relazione all’art. 1, LdA). Ci si “ispira” allora – se così si può dire – allo stile dell’artista, sempre che sia chiaramente riconoscibile e riconducibile da parte dei consumatori ad un autore ben identificabile, altrimenti non funziona.

Alla base c’è l’idea che – come nelle opere c.d. derivate – l’interpretazione, rielaborazione, traduzione di un’opera originale è altra cosa dal riprodurla sic et simpliciter, come nel plagio, e poi le idee, come quelle da cui l’artista ha tratto ispirazione, sono di tutti e devono liberamente circolare. Ed infatti la LdA distingue chiaramente le idee (appropriabili) dalla loro specifica rappresentazione formale (riservata all’autore in esclusiva).

La distinzione non è tanto semplice: facciamo un esempio analogico tratto dal mondo della musica. Nel periodo dell’ultima guerra, si affermò, con enorme successo e diffusione, l’orchestra di Glenn MILLER, caratterizzata da uno stile assolutamente inconfondibile, derivato da arrangiamenti e struttura orchestrale del tutto particolari.

Chi non ricorda (almeno quelli della mia generazione) ‘Moon light serenade’? L’orchestra, con il suo geniale direttore, finì tragicamente nell’Atlantico, durante un volo di trasferimento, ma il suo ricordo e rimpianto furono così forti che si cercò di perpetuarne la memoria.

Nacque così una seconda Glenn MILLER orchestra che inevitabilmente riproponeva esattamente lo stesso sound e stile della prima. La cosa però non passò inosservata e gli aventi diritto allo sfruttamento economico dei diritti d’autore dell’originaria compagine orchestrale posero la questione dell’illecita appropriazione del suo stile, inteso come segno inconfondibile della sua identità e della sua immagine, e così la rediviva orchestra dovette aggiungere alla propria etichetta un bel “New Glenn MILLER orchestra” obbligandosi ad opportunamente differenziarsi.

Per la cronaca, l’esempio è tratto dal mio lavoro, Identità e confondibilità delle forme della proprietà intellettuale, Capitolo II, 2013, dal quale si evince che

per stile, intendo la forma costante dell’arte di un individuo o di un gruppo, che si esprime in una espressione significante e riconoscibile dai consociati.

Nella nostra giurisprudenza, tra i casi più pertinenti, vorrei ricordare quello dei c.d. Tre pendagli (T-Venezia, ordinanza, 4 febbraio 2004, estensivamente in Identità, cit. Cap IV) nel quale il richiamo allo stile di Picasso, Mirò e Modigliani, presente in tre monili, è stato considerato sufficiente a riconoscere la violazione della LdA applicato ad un design. In quel caso, però, ho criticato la decisione in base all’assunto che ispirazione e intuizione, a prescindere dal loro esatto significato, attengono al processo creativo e al suo percorso, e non al risultato che tale processo produce” (e che, se del caso, può essere tutelato).

Evidentemente, molto dipende dalle varie circostanze che accompagnano le singole fattispecie. Ma vediamo ora come la questione della tutelabilità degli stili artistici è stata risolta recentissimamente in USA.

Maya HAVUK è un’artista che vive a Brookling e dipinge murales su larga scala, colori vivaci e segni geometrici, alcuni dei quali evocano luci al neon, come in questi esempi:

 

 

 

L’artista ha ora citato la STARBUCKS, famosa produttrice di caffè, per aver avviato nel 2015 una campagna pubblicitaria incentrata sul Mini Frappuccino, che sulla lettera “i” fa esplodere un fascio di raggi rosa, giallo, verde, rosso e celeste, su un fondo analogo

 

 

Nell’azione – che ha avuto grande risonanza in USA – Maya HAVUK ha chiesto $ 750.000 per violazione della LdA e danni, citando cinque suoi lavori. La rappresentazione della STARBUCKS sarebbe, a suo dire, “una creazione sfacciatamente e sostanzialmente simile a uno o più dei suoi lavori coperti dal copyright”. Quando queste cose succedono, c’è un vero e proprio svilimento dell’arte, è stato commentato.

 Ma la District Court di New York il 12 gennaio scorso ha respinto la domanda, che risulterebbe ”in un tentativo di monopolizzare concetti basati su certi colori o forme”. Vediamo perchè.

Secondo l’artista, le opere in questione appartengono alle ‘fine art’, le belle arti, e pertanto non sarebbero assoggettabili ai test usuali di somiglianza, che separano le idee non proteggibili dalle loro espressioni proteggibili. Sono creazioni di pura immaginazione incapaci di essere parcellizzate tra elementi proteggibili ed elementi non proteggibili.

La Corte, tuttavia, ha rigettato questo argomento, perché lo status di appartenenza alle belle arti non conferisce di per sé una protezione automatica all’insieme delle opere, allo stile dell’autrice (qui rivendicato dalla HAVUK nella sovrapposizione di raggi colorati, colori e forme) che esse possono sinteticamente rappresentare e che non è protetto dalla copyright law. Del resto, la nostra LdA, art.1, esemplifica tra le opere che possono essere protette quelle appartenenti alle arti figurative, ma la protezione è limitata alla loro forma esterna, escludendo il contenuto. C’è differenza tra la protezione di un’idea e la protezione dell’espressione di una idea.

Nel caso HAVUK potrebbe dirsi che l’idea è quella di uno stile pittorico caratterizzato da un caleidoscopio geometrico pieno di colori. Ma per valutare la sua espressività occorre vedere come quell’idea si cala nella composizione, i materiali, la scala e il contesto. Dovremmo comparare le ombre, i contrasti gli angoli delle forme, che certo non sono gli stessi della campagna pubblicitaria, se non hai la possibilità di farlo davanti ad un’opera specificatamente definita e rappresentata.

Come si vede, la sentenza americana – dove forse ha giocato un ruolo anche il fatto che la HAVUK, in precedenza interpellata dalla STARBUCKS per elaborare un progetto creativo, aveva negato la sua disponibilità, per cui la società se l’era fatto per conto suo – ha posto l’accento sulla non tutelabilità dello stile artistico sotto il profilo della Copyright law e la relativa, consolidata elaborazione giurisprudenziale statunitense. Le conclusioni cui è pervenuta non sembrano distanti dalle nostre, alle quali può aggiungersi:

  • l’estrema difficoltà nell’identificare lo stile di un artista, per definizione instabile e variabile nel corso del tempo;
  • la libera accessibilità, modificabilità, precarietà (ai limiti della distruzione) dei murales da parte della comunità, riconducibili ad una fisiologica appartenenza al pubblico dominio.

Insomma, mi pare di condividere il commento del columnist Richard Withman, del New York Post, “While it's always nice to root for the underdog, sometimes the agency wins and that's one of those times” (Mentre è sempre bello fare il tifo per i più deboli, a volte l'agenzia (l’impresa) vince e questa è una di quelle volte).

 

_______________________________________________________________
Commenta e segui la discussione su