8 aprile 2016

Per il plagio, criteri diversi dalla percezione dell'opera d'arte?

Le interconnessioni tra le opere d'arte e le loro riproduzioni utilitaristiche sono sempre più all'ordine del giorno nella società contemporanea. Prendiamo, ad esempio, il caso della protezione prevista dal diritto d'Autore (DA) nei confronti del contraffattore per plagio. E' un problema giuridico, che, come tale, deve essere affrontato giuridicamente. A partire dai dati normativi.

Ma la domanda è: fino a che punto la soluzione giuridica deve porsi sullo stesso piano di quello fenomenologico? Cercherò di chiarire questo dubbio, formulato in modo apparentemente ermetico, con un esempio, tratto dalla recente sentenza del Tribunale di Milano (Trib. Milano, 09/02/2016, ben presentata da Letizia Nuvoli su questo portale).

Una casa farmaceutica e l'agenzia che per suo conto aveva realizzato uno spot pubblicitario televisivo simile a una installazione artistica, proteggibile con il DA, sono state ritenute responsabili per plagio dal Tribunale.

L’"installazione” in questione – nell'arte contemporanea si definisce come tale quella manifestazione artistica, in genere tridimensionale, comprendente media, oggetti e forme espressive di qualsiasi tipo installati in un determinato ambiente (WIKIPEDIA) – era composta da più lampade tridimensionali retroilluminate, modello POP, a forma di puzzle, assemblate in modo da comporre una struttura verticale di color bianco, con l'inserto di una o più tessere color rosso che si illuminavano, creando effetti luminosi variegati. Incidentalmente, si noterà l'evidente difficoltà, anche per l'assenza di immagini, nel descrivere questo tipo di artefatto, dove la dinamica del movimento è essenziale, descrizione che forse dovrebbe essere lasciata in linea di principio direttamente all'autore o agli autori, anche se a volte non hanno la dote della sintesi.

A parte ciò, la somiglianza – a detta degli autori – andava vista nel fatto che nello spot, al tocco di una piuma, invece che di un pennello, una prima lampada diventava rossa e così le altre vicine, fino a formare una figura romboidale. Attraverso l'inserimento di un tassello di color lilla, simbolo del prodotto, le lampade rosse ritornavano al loro colore originale.

Il Tribunale, dando prova di sensibilità artistica, ha proceduto preliminarmente ad una attenta ricognizione dell'esistenza nell'opera delle condizioni previste per la tutela del DA, riscontrando la novità creativa non tanto nella forma delle lampade, ma nel modo in cui erano state combinate tra loro, nella finalità di realizzare, dinamicamente, l'effetto voluto, quello di un puzzle cromaticamente variabile.

In sostanza, anche se non mi sembra pertinente il richiamo all'”opera composta da idee e nozioni semplici”, l'attribuzione inequivoca dell'opera ai suoi autori, e quindi riconoscibile nel mondo esterno, consisteva – secondo la sentenza – nell'originalità di un effetto combinatorio di oggetti di uso comune, in tal modo riecheggiando a (mio modo di vedere probabilmente inconsapevolmente) il movimento artistico del ready made (DUCHAMP, WARHOL, Pop art in genere) e la componente caratterizzante essenziale di tutte le opere di installazione.

Definito in tal modo l'ambito di protezione dell'opera nella fattispecie, il Tribunale – passando all'esame dell'accertamento del plagio – ne ha tratto il convincimento, con ineccepibile coerenza metodologica, che l'opera ripresa nello spot pubblicitario presentasse nei suoi elementi essenziali, sostanziali somiglianze con quelli creativi degli autori, identificati, per l'appunto, nella parte iniziale del filmato, in cui tutti i tasselli erano di color bianco per poi variare cromaticamente. Questi elementi vengono in sentenza specificati nella tridimensionalità dell'installazione, nel rapporto cromatico bianco-rosso, nella proporzionalità tra i due colori, nella luminosità, nell'interazione con il mondo esterno, elementi tutti riscontrati come presenti, uno per uno, nello spot televisivo contestato.

Conseguentemente, entrambe le opere, quella originale e quella del plagiario, avrebbero prodotto “il medesimo impatto visivo/comunicativo nello spettatore di entrambe le installazioni, impatto dovuto alla presenza degli stessi elementi caratterizzanti”.

E qui sorge il problema dell'unitarietà dell'opera d'arte e quindi della sua tutelabilità ed eventuale plagio. Perché l'impatto sui due diversi pubblici, lo spettatore dell'installazione nel contesto artistico, e lo spettatore della campagna pubblicitaria, nel contesto commerciale, non è affatto lo stesso.

Già nel 1880 la critica d'arte (RUSKIN, Elementi del disegno) aveva attribuito all'opera d'arte la connotazione del rispetto del principio della composizione, del coordinamento armonico delle parti al tutto, principio che doveva trovare negli anni’30 conferma e trasposizione nelle leggi della percezione visuale della Gestaltung (vedi mio spot: Gestaltung? ma che cos’è?) secondo le quali il tutto va oltre la sommatoria delle parti (WERTHEIMER M., Gestalt Theory, 1924).

Chi si pone davanti a un’opera che, per estrema semplificazione, designiamo come opera d'arte, ne ha innanzitutto una visione d'insieme, e solo in un momento razionale successivo incomincia ad analizzarla nei suoi singoli componenti e dettagli che solo alla fine lo portano ad identificare il punto focale dell'attenzione e del tessuto narrativo (ARNHEIM R., Art And Visual Perception, 1954). Uno scarto confermato anche dagli apporti delle neuroscienze (KANDEL E, The age of insight. 2012).

Altra è la reazione di uno spettatore davanti a uno spot pubblicitario le cui regole per attrarne l'attenzione sono del tutto diverse.

Nella fattispecie, gli autori non hanno certo pensato che la loro opera potesse essere scomposta dallo spettatore, così come viceversa emerge dalla analisi della sentenza del Tribunale che sembra intuire la evidente discrasia, quando ricorda che non occorre perché ricorra il plagio una integrale rappresentazione / riproduzione di un’opera. La liceità/illiceità della seconda opera non pare tuttavia debba dipendere dalla ”ripresa o meno delle soluzioni formali costituenti il cuore della realizzazione formale anteriore” (quasi che si trattasse di un giudizio di confondibilità tra marchi), ma dall'identità della forma della rappresentazione dell'opera plagiata.

Questa identità non è affatto indagata dal giudicante, ma inferita dall'analisi specifica dei vari componenti della installazione, che è opera sì di combinazione, ma che sul piano artistico si risolve in una impressione d'insieme.

Siamo quindi su due piani diversi, quello estetico e quello giuridico, in particolare quello, nel caso in esame, del DA, per cui non può parlarsi del medesimo impatto.

Questo sarà possibile solo se, nel rispetto dei due diversi piani, si sale alla categoria superiore della forma, nella sua denotazione e in tutte le articolazioni in cui si può esprimere, e se ne ricerca l'identità correlata all'impressione percettiva d'insieme del suo destinatario, come ho cercato di dimostrare nel mio ultimo lavoro (Identità e confondibilità delle forme nella proprietà intellettuale, Giappichelli, Torino, e-book, 2013).

 

_______________________________________________________________
Commenta e segui la discussione su