7 aprile 2016

Bon apetit é descrittivo, ma di cosa?

Nel mio precedente spot, Bimbo nostro, avevo espresso dubbi quanto all’immediata riferibilità di questo termine da parte dei consumatori italiani alla destinazione dei prodotti ai bambini o all'infanzia. E' una questione di fatto, ma è anche una questione di diritto, nella misura in cui involge il problema della corretta interpretazione dell'impedimento alla registrazione del marchio che designamo correntemente come descrittività del segno.

O meglio, si tratta di capire i limiti del concetto della descrittività (la cui ratio è chiarissima), fin dove possiamo spingerci quando diciamo che un marchio è descrittivo. La norma, l'art.7, co.1, lett.d) del Regolamento sul marchio comunitario (rimasto inalterato anche dopo la Riforma) fornisce diversi parametri di riferimento, come la qualità, la provenienza, la natura etc. del prodotto/servizio, ma  è il criterio della 'destinazione' (‘intended porpose') quello che suscita i maggiori problemi, dai tempi in cui la testata Playmen fu considerata dalla nostra Cassazione un marchio debole perché descrittivo di una categoria gaudente e licenziosa di lettori (altri tempi).

Quando poi la questione si incrocia con i problemi linguistici, come nel caso del marchio comunitario, la soluzione di volta in volta proposta in relazione ad un determinato consumatore di un Paese, può risultare poco digeribile o comprensibile da parte di chi appartiene ad un altro sistema linguistico (n.b. lo spagnolo), come nel caso Bimbo.

La posizione seguita dalla giurisprudenza comunitaria in argomento, viene ancora una volta espressa dal Tribunale Generale (T-485/14 Bon Net Ood v OHIM; 02/02/2016 ) in un caso che ha visto il marchio richiesto, (qui raffigurato),

 

 

 

opposto dal marchio anteriormente registrato da una azienda bulgara, (sotto):

 

 

La sentenza ha esaminato a fondo la confondibilità tra i segni in questione, che avevano ad oggetto gli stessi prodotti alimentari inclusi nella classe 29, sia sotto il profilo del confronto visivo, fonetico e concettuale, sia sotto quello generale dell'impressione globale del pubblico rilevante, nella fattispecie quello bulgaro, ritenuto di media attenzione e familiare con il significato dell'espressione ’bon appétit’ o ’bon apeti'.

Interessante, tra l'altro, la distinzione introdotta dal Tribunale tra il carattere distintivo che possiede il marchio anteriore – che è legato alla protezione accordata a tale marchio – e il carattere distintivo che possiede l'elemento di un marchio complesso che si collega alla sua possibilità di dominare l'impressione d'insieme di questo marchio (punto 49).

In effetti, i due marchi in comparazione erano certamente dei marchi c.d. complessi, per cui il Tribunale ha richiamato e premesso i criteri ermeneutici che presiedono alla sua applicazione e sui quali si è formata da tempo, anche se a volte in modo non univoco, la giurisprudenza comunitaria. Quei criteri presuppongono che il marchio anteriore abbia un minimo di capacità distintiva, anche se – come appena visto – la distintività è solo uno degli elementi che concorre al giudizio finale della confondibilità. Questa capacità nella fattispecie è stata negata perché il sintagma ’bon apetit' è stato ritenuto descrittivo, a norma dell'art. 7, co.1, lett d) menzionato. E su questo passaggio della sentenza vorrei soffermarmi.

La sentenza, per la verità, non indica con precisione quale sarebbe la caratteristica dei prodotti in esame toccata dalla descrittività, ma condivide interamente l'apprezzamento della Commissione dei ricorsi, la cui decisione è stata portata alla sua attenzione, secondo la quale ci troveremmo di fronte ad “un messaggio promozionale debole, se non inesistente, in relazione ai prodotti...uno degli slogan banali che non potrebbero essere considerati né decisivi come nell'impressione d'insieme generata dai marchi in conflitto, né come determinanti ai fini della comparazione visiva, fonetica e concettuale e, quindi, nell'apprezzamento del rischio di confusione”.

L'affermazione, di per sé, non è affatto conclusiva, perché non tutti gli slogans, anche quelli in ipotesi banali, sono descrittivi e bisogna saper distinguere tra loro quelli che presentino aspetti che ne legittimano la registrabilità come marchi (secondo giurisprudenza consolidata) e distinguere gli slogans dai messaggi meramente promozionali, laudativi, iperbolici ai quali da tempo anche la nostra dottrina e giurisprudenza di merito negano l'idoneità alla funzione distintiva del marchio.

Ma dove la sentenza lascia, a dir poco, perplessi, è nell'affermazione che i “marchi in conflitto presentano con i prodotti un rapporto sufficientemente diretto e concreto, di natura tale da permettere al pubblico interessato di percepire immediatamente, senza necessità di ulteriore riflessione, una descrizione di una delle caratteristiche essenziali dei prodotti in causa”.

Ma quale sarebbe mai questa caratteristica, mi domando? Augurare buon appetito descriverebbe il fatto che il cibo è necessariamente buono, o vegano, o casareccio, o de haute cucine, o di tradizione regionale, rappresenta la dieta mediterranea, e chi più ne ha ne metta? O il Tribunale voleva semplicemente dire che l'augurio designa inequivocabilmente il destinatario del marchio, cioè il consumatore dei prodotti alimentari? Ma se lo stesso Tribunale asserisce che quelle parole esprimono “il desiderio che gli alimenti abbiano un buon sapore, che siano pronti pe il consumo o destinati a essere consumati dopo la loro preparazione” (punto 47), questa connessione appare tutt'altro che diretta, concreta ed immediata. Un desiderio o un augurio mi sembrano ben distanti dal descrivere, indicare, riferire una situazione oggettiva o soggettiva determinata.

La verità è che siamo di fronte a una formula augurale di inizio pasto comune in varie lingue in mezza Europa, che non ha nessun intento descrittivo degli alimenti o delle loro caratteristiche. E che “evochi un’idea positiva che preluda a un pasto di buona qualità (punto 44) pare osservazione del tutto marginale e forse neanche realistica.

In termini giuridici il problema della distintività o meglio debolezza del marchio, andava affrontato invece sulla base diversa, quella della idoneità di un termine o una espressione linguistica di uso generale e di significato generico non in assoluto, ma in relazione al prodotto designato, a costituire un valido marchio.

Se questa rettifica è fondata, si comprende come il riferimento all'impedimento della supposta descrittività del sintagma è fuor di luogo. Forse sarebbe stato più appropriato trovare la base giuridica della motivazione nel disposto dell'art. 7.co. 1. lett. b) e lavorare sull'ambito limitato di tutela del marchio debole, traendone le conseguenze sull'accertamento della confondibilità.

 

_______________________________________________________________
Commenta e segui la discussione su