20 maggio 2019

La Vespa non vola alto sul cielo di Torino, note a margine di una sentenza

Ha fatto molto rumore la sentenza della Corte d'appello di Torino (C.A.Torino 677/2019, 16/04/2019, ZNEN/PIAGGIO) in cui la Piaggio ha visto riconosciuto, in conferma della sentenza di primo grado, il proprio diritto sulla forma della Vespa in quanto tale, il suo famoso scooter. Per arrivare a questa conclusione, la Corte si è basata sulla disciplina del marchio di forma, su quella del diritto d'autore e dell'imitazione servile. In particolare, ha ritenuto valido il marchio - non titolato e poi registrato - vantato dalla Piaggio sulla forma dello scooter, superando l'obiezione della sua esclusiva funzionalità tecnica e del valore sostanziale attribuibile al prodotto.

Come opera d'autore, ne ha riscontrato la sussistenza dei presupposti della tutela, anche sotto il profilo del design in quanto creazione dotata di valore artistico. La forma, infine, ha trovato protezione anche sotto l'aspetto concorrenziale nel divieto dell'imitazione servile.

Preliminarmente. Che lo scooter “evocherebbe la forma anatomica di una vespa” ( § 7) è affermazione che lascia perplessi e mi pare vada molto al di là dei limiti di qualsiasi link associativo. Al di là delle leggende metropolitane, l'associazione comporterebbe, in ogni caso, una complessa e fantasiosa elaborazione mentale, incompatibile con l'immediatezza percettiva che si richiede al suo percettore. 

Del pari, che la forma della Vespa non abbia conferito al prodotto un “valore sostanziale”, tale da determinare la motivazione concludente del consumatore all'acquisto, non mi trova d'accordo, e non mi sembra in linea con la sentenza TRIP TRAP ripresa nella recente direttiva d'armonizzazione (UE 2015/2436, 16/12/2015), recentemente introdotta nel nostro ordinamento con il D.Lgs. 20 febbraio 2019, n. 15.

Ma non è questo il punto. Certo la sentenza è molto attenta nel verificare la presenza delle condizioni di applicabilità di ciascuna delle tre discipline normative indicate, ma risulta informata ad un approccio bottom-up che frammenta l'identità del paradigma della figurazione essenziale e costante nel tempo della forma originaria della Vespa, che qui ho scelto da Wikipedia nella versione primavera del 1973:

Tutto gira, a mio avviso, attorno al concetto di impressione generale e a come viene inteso.

L'impressione generale – come ho avuto modo di scrivere  – “si esprime in un ordine tra le singole unità che compongono la forma considerata, secondo una precisa gerarchia interna, che trae fondamento dall'organizzazione percettiva delle informazioni ricevute dall'esperienza pregressa del ricettore, collettivamente inteso, ciò che gli consente di memorizzarla orientando i suoi comportamenti futuri”. L'impressione generale dei segni e delle forme che li portano è orientato essenzialmente da questa unità relazionale, il che assume articolare rilievo allorquando, a distanza di tempo e di spazio, lo stesso soggetto sarà chiamato a rievocarla, distinguendo tra costanti e variabili contingenti. Sotto tale aspetto, la sentenza storica SABEL/PUMA costituisce un leading case, nell'aver ricondotto le diverse rappresentazioni grafiche delle immagini allora in esame (puma o meno) all'archetipo unitario di un felino che salta.

L'insegnamento della Corte di giustizia veniva ripreso nel corso del tempo (cfr. ad esempio il caso dell'ape GUERLIN, categorizzata come 'insetto', o delle diverse posture del coccodrillo LACOSTE, inserito nell'ordine superiore di  'rettile diapside'). Ancora recentemente la Corte di Giustizia si è espressa nel senso dell'unitarietà della rappresentazione formale quando interessata da più titoli riconducendo design e marchio al concetto  unificatore del 'segno' (CGUE C- 693/17, 06/03/2019, § 9 e 29, commentata nell'Avviso ai naviganti, Oltre l'unitarietà dei segni, in queso blog del 09/05/2019).

La segmentazione del problema nel caso in esame in tre sotto-sistemi – quello del marchio (non titolato e registrato) , del diritto d’autore e dell'imitazione servlie – interpretati ed applicati indipendentemente l’uno dall’altro,  mi pare invece costituire un passo indietro, o, se vogliamo, una occasione perduta, seguendo l'approccio analitico della parallela decisione EUIPO (Commissione dei ricorsi, 19/01/2018, R 1496/2015-3), pervenendo, fortunatamente, ad una conclusione nel merito diversa.

Tutte le forme in cui si rappresentano le creazioni intellettuali, dei cui risultati si occupa la Proprietà intellettuale, si esternano e rivolgono ai loro pubblici, di volta in volta individualizzati, che necessariamente interpretano e recepiscono quelle forme secondo le regole della percezione.

Sono concetti noti e puntualmente ripresi dalla giurisprudenza quando si tratta di giudicare della confondibilità tra due design, marchi o opere d’autore. Naturalmente il confronto va contestualizzato; vanno quindi tenute in debito conto tutte le circostanze afferenti e pertinenti al caso di specie, a cominciare dal livello di attenzione dei destinatari di quei diritti.

La domanda è: come si identifica la forma del modello anteriore, a partire dalla quale prende le mosse l’impressione generale del pubblico rilevante, identità senza la quale non può neanche ipotizzarsi un confronto con quello del modello successivo. Nel decidere, cioè, se la riproduzione sostanziale della denotazione, l'idea, l'archetipo, l'essenza della forma sia sufficiente a configurare una situazione confusoria contraffattiva, ovvero se prevalga la sua connotazione la modalità con cui quell'idea  denotata si manifesta e si declina con modalità diverse nella realtà, nel caso si differenzi da quella assunta nella forma originaria. Nella fattispecie si trattava, in sostanza,  di identificare correttamente l’identità della forma della Vespa nel suo valore iconico e significante (nel senso linguistico della semantica di F. DE SAUSURRE), al netto dei singoli componenti, dispostivi, parti funzionali ed estetiche, che vanno armonizzati, correlati e interfacciati tra loro – come accade nella società contemporanea per tutti i prodotti industriali complessi – per produrre non solo la loro sommatoria, ma un risultato che ne va oltre e che possiamo designare come identità rappresentativa.

La differenza concettuale tra l’aspetto della denotazione e quello della connotazione (articolazione delle modalità espressive della prima) sulla quale insisto da tempo, chiaramente rappresenta questa situazione La denotazione è l’estensione che una classe, comunque connotata, possiede: è cioè l’insieme dei suoi membri. Il nome A di una certa classe, dunque, ‘denota’ complessivamente tutti i membri che fanno parte di essa e se tali membri appartengono alla classe A grazie a qualche proprietà che hanno in comune. Le mie ultime ricerche cognitive si sono, appunto, consolidate  nella proposta di un modello semiotico che consenta di identificare le variabili di una forma che siano compatibili con la continuità e conservazione della sua originaria identità.

La differenza si riverbera nel diverso approccio metodologico con cui viene affrontato il problema della comparazione delle forme. L’impressione generale è quella dettata dalla denotazione della forma dello scooter della Piaggio, e non della sua connotazione specifica che può prendere un suo modello particolare, la Vespa LX del design, che viceversa costituisce dichiaratamente il momento di riferimento costante e centrale, ma anche limitativo, della decisione in esame. Per chiarire,  la rappresentazione denotativa dello scooter della Piaggio, che tutto il mondo identifica e riconosce come originato dal suo autore (la Piaggio) sotto il nome della Vespa, non è affatto incompatibile con le sue variabili connotative declinate nel corso di mezzo secolo nei singoli modelli. Una rielaborazione (o restyling) dei modelli che l’hanno preceduta, non ne altera l’identità e l’individualità fino al momento che la rielaborazione non assume valore autonomo e indipendente al punto da costituire essa stessa opera dell’ingegno protetta in modo indipendente.

Quanto appena osservato, non è privo di effetti giuridici, risolvendosi nel metodo con cui si affronta il problema, si articola la motivazione della decisione e si perviene alla sua conclusione. Ho accennato ad un approccio bottom-up. L’informazione bottom-up è governata da regole universali, in gran parte innate, grazie all’evoluzione biologica, che ci permettono di estrarre gli elementi essenziali delle immagini del mondo fisico, come i contorni, le intersezioni, gli incroci di linee e i punti di congiunzione. Si tratta di una percezione innata in cui gli stimoli visivi sono organizzati e percepiti sin dall’inizio (cfr. l’insegnamento della scuola della GESTALTUNG).

Con l’espressione top-down, invece, ci si riferisce - non in opposizione alternativa, ma in rapporto di complementarietà necessitata - all’influenza esercitata dalle funzioni mentali e cognitive di ordine superiore, come l’attenzione, le aspettative, le associazioni visive apprese e i processi mnemonici. La sensazione è più strettamente legata al processo bottom-up; la percezione, invece, lo è all’elaborazione top-down. La sensazione è un dato semplice e soggettivo, la percezione è un atto conoscitivo complesso che unifica attivamente un insieme di sensazioni, esperienze, memorie ascrivendole a un oggetto effettivamente presente. Di conseguenza, l'impressione generale, nella misura in cui risulta da una rete relazionale  di più componenti, da cui la memoria estrae le costanti invariabili, costitutive della stabilità della forma e della sua unità identificante, rappresenta, evidentemente, una operazione cognitiva intrinsecamente di livello superiore che non può che partire dall'alto, top-down, appunto.

Ecco dunque che la qualificazione dell'impressione con il termine generale (apparentemente in contraddizione con il relativismo soggettivismo suggerito dalla natura dell'impressione) comincia ad avere un senso, in quanto ci permette di svincolarci dal soggettivismo e dal relativismo delle sensazioni che fondano e premettono al livello più basso (bottom) lo sviluppo dell’elaborazione cognitiva più completa al livello delle funzioni intellettive  di più alto livello (top), risolvendo la – falsa – antitesi tra analisi e sintesi.

La decisione in commento, tuttavia, pare far emergere il paradigma della Vespa da un esame analitico dei suoi quattro componenti stilistici ( la forma a freccia dello scudo frontale, la forma ad “Ω rovesciata", la forma ad “X”, la sagoma posteriore della scocca “a goccia”) e nel verificarne la ripresa, in tutto o in parte, nel modello del concorrente cinese. Bottom-up, appunto e in controtendenza.

Prendendo in esame nel secondo motivo d'appello la comparazione tra i marchi, la Corte riconosce che preliminare ad ogni altra considerazione è la verifica della natura distintiva del marchio di forma della Piaggio che troverebbe corrispondenza nei quattro elementi salienti evidenziati, da intendersi non atomisticamente ma nella loro composizione, chiaramente un marchio complesso.

Peraltro la sentenza fa proprie le conclusioni della CTU, nell'escludere "la presenza in tutti i modelli considerati delle quattro peculiarità rilevate nella sentenza appellata". L'impressione generale viene dimenticata e sembrerebbe che la Corte privilegi la connotazione della forma, la sua configurazione specifica rappresentata nei singoli modelli, allontanandosi dalla denotazione della Vespa “1946” che dell'impressione generale generata dalla percezione del consumatore costituisce la chiave interpretativa.

Nel terzo motivo, la sentenza tenta di recuperare il senso dell'impressione d'insieme (che è cosa diversa dall'impressione generale) nel tentativo di attribuire alla forma della Vespa il valore semantico della rappresentazione anatomica di una vera e propria vespa. L'assunto ha un non so che di specioso e forzato, su cui ho già espresso molti dubbi. Aggiungo che la sentenza sembra confondere l'organizzazione logica delle informazioni (la sintesi, a partire dall'analisi), con l'effetto che ne scaturisce a valle, nei termini della loro percezione (l'impressione generale da parte del ricettore).

Nei successivi motivi la Corte verifica la sussistenza o meno delle condizioni di applicabilità delle norme invocate dalla Piaggio a tutela del suo diritto sotto il profilo del dell’art. 2, n. 10, LDA, secondo il quale “le opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico” e della concorrenza sleale art. 2598, 2. La stessa apparenza viene dunque scrutinata in diversi contesti giuridici, in cui sovrapposizioni, cumuli e rinvii, ma anche interferenze sono inevitabili.

Le conclusioni in tema sono condivisibili, ma in generale resta la difficoltà di ordine sistematico che permetta di risalire univocamente alla natura del diritto vantato dalla Piaggio: quello della riconoscibilità worldwide dell'identità della Vespa nella genialità della sua priorità.

 

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