• Marchi registrati

24 maggio 2019

“Crapponi e litigatt fann grassa la borsa di avvocatt”; ovvero della tutela come marchio delle parole dialettali

​di Gilberto Cavagna

Il Tribunale di Torino fa il punto sui requisiti e presupposti di tutelabilità come marchio delle espressioni dialettali (sentenza n. 585/2019 del 7 febbraio 2019).

All’esito del giudizio promosso in merito al marchio “tuma d’fe”, utilizzato per contraddistinguere un formaggio (in dialetto piemontese “tuma”)  di pecora (“d’fé”) tipico dell’alto cuneese, il Tribunale ha infatti sancito che “il termine dialettale, percepito nell’ambiente del consumatore medio di un certo prodotto come il termine esclusivo per identificare quel prodotto, non può essere tutelato come marchio, anche se sconosciuto a livello nazionale, perché non è considerato, in quell’ambiente, come distintivo di una specifica impresa produttrice, ma come il termine comune per identificare un prodotto (per cui la tutela come marchio impedirebbe agli altri produttori di identificare i propri prodotti con il termine identificativo comunemente usato nel loro ambiente)”.

La Corte ha ripercorso la giurisprudenza sul punto, concorde da tempo nell’os- servare come il termine dialettale non sia tutelabile (né registrabile) come marchio laddove sia percepibile nel suo significato descrittivo dal consumatore medio cui è destinato il prodotto o il servizio che contraddistingue e abbia assunto un significato comune nella lingua parlata (App. Napoli, 20 giugno 1973), arrivando ad escludere la protezione dei termini dialettali volti a identificare esclusivamente il prodotto o servizio (Trib. Bologna, 16 settembre 2011 n. 2602).

Più in particolare, in giurisprudenza, a proposito del termine “filea”,  che indica in Calabria un particolare tipo di pasta, è stato evidenziato come “quella parola – pur essendo il suo significato presumibilmente sconosciuto alla maggior parte dei consumatori non calabresi – non può essere registrata da sola come marchio in quanto, identificandosi con il nome del prodotto, verrebbe a costituire una ingiustificata posizione di privilegio a favore del suo titolare in relazione ad un tipo di prodotto non suscettibile di essere individuato con altro nome” (Trib. Roma, 1 aprile 1993), mentre a proposito del termine “borro”, che in dialetto toscano identifica una particolare conformazione orografica del terreno tipica per vigneti, “Poco importa, ai fini del marchio, che la parola sia pressoché sconosciuta a livello nazionale, in quanto dialettale, o al contrario troppo erudita, giacché essa rimane pur sempre di uso comune nell’ambiente in cui si muovono le parti e quindi non riesce a distinguere sufficientemente l’oggetto denotato dalle plurime situazioni consimili esistenti in quel particolare contesto” (App. Firenze, 7 gennaio 2016 n. 175).

Ai fini della loro possibile protezione come marchi le parole dialettali sono assimilate alle parole straniere e possono quindi essere tutelate/registrate quando siano prive di descrittività, ovvero quando il consumatore medio non sia in grado di percepire con la necessaria immediatezza il significato del termine.

Come si direbbe a Milano …. “T’è capì?!”

 


Avv. Gilberto Cavagna di Gualdana
Studio Legale Negri-Clementi